Una nuova cultura della sconfitta e del confronto con i nostri limiti (e non solo)
Ricordo perfettamente la prima volta che vidi Simone Biles. Era il 2016 e si stavano svolgendo i giochi olimpici di Rio. Stavo facendo zapping per trovare qualcosa di interessante quando mi ritrovai di fronte questa ragazza: piccolina - come tutte le ginnaste - ma dal fisico per nulla sinuoso, anzi tozzo e muscoloso. E poi il trucco pesante, quell'ombretto celeste esagerato, cosparso di netto quasi fosse vernice di guerra, non sul volto di un indiano, ma su quello di una piccola donna dai lineamenti tipicamente afroamericani che pareva uscita direttamente da un telefilm (sì, si chiamavano proprio così) degli anni '70. Ricordo anche che da perfetto spettatore medio dei giochi olimpici di lei non sapevo nulla. L'ultima ginnasta di cui ricordavo il nome, a parte i nostri recenti Chechi, Ferrari e Cassina, era la mitica Comaneci, ma solo per sentito dire, essendo io troppo giovane (eh già!) per averla vista in azione. Dunque tra me e me pensai - da beato ignorante - "ma d...