Una nuova cultura della sconfitta e del confronto con i nostri limiti (e non solo)



Ricordo perfettamente la prima volta che vidi Simone Biles. Era il 2016 e si stavano svolgendo i giochi olimpici di Rio. Stavo facendo zapping per trovare qualcosa di interessante quando mi ritrovai di fronte questa ragazza: piccolina - come tutte le ginnaste - ma dal fisico per nulla sinuoso, anzi tozzo e muscoloso. E poi il trucco pesante, quell'ombretto celeste esagerato, cosparso di netto quasi fosse vernice di guerra, non sul volto di un indiano, ma su quello di una piccola donna dai lineamenti tipicamente afroamericani che pareva uscita direttamente da un telefilm (sì, si chiamavano proprio così) degli anni '70. 

Ricordo anche che da perfetto spettatore medio dei giochi olimpici di lei non sapevo nulla. L'ultima ginnasta di cui ricordavo il nome, a parte i nostri recenti Chechi, Ferrari e Cassina, era la mitica Comaneci, ma solo per sentito dire, essendo io troppo giovane (eh già!) per averla vista in azione. Dunque tra me e me pensai - da beato ignorante - "ma dove vuole andare questa co' sto fisico da contadinotta a cui solo il progresso ha tolto la zappa dalle mani?". 

Ovvio che mi dovetti ricredere, ma non sul momento visto che cambiai prontamente canale, quando nei giorni successivi mi resi conto che la ragazzina era una dei fenomeni delle olimpiadi brasiliane. Dunque come tanti, memore soprattutto del grave pregiudizio - ovviamente scherzoso - che le avevo riservato, l'aspettavo al varco di questi giochi, pregustando già la rinnovata celebrazione della nuova dea incontrastata della ginnastica, che avrebbe preso il posto della mitica Nadia nel mio ristretto campo cognitivo di questo invero magnifico sport.

E invece sappiamo tutti come è andata. Ora è chiaro che Simone Biles a prescindere da tutto rimarrà una tra le più grandi, se non la più grande, ginnasta della storia. Ma la sua defezione, preceduta e seguita da altre, in questi ultimi tempi pone questioni che pur muovendo dall'ambito sportivo hanno a che fare con altro. 

Nell'era della "narrazione" (o dello storytelling, se preferite), dove la realtà è sempre edulcorata ed ipertrofizzata nel racconto che ce ne rendono indietro i media innestati nelle nostre reti sociali, la sconfitta - come anche la malattia o la morte - non è un'opzione. Vinciamo sempre, tutti. Siamo perfetti ed immortali. O almeno così ci raccontano e così siamo dunque portati a pensare e a raccontare la nostra esperienza. 

E se questo sistema incrociato di pressioni sociali che si autoalimentano e spingono sulle nostre ansie da prestazione, in fondo in fondo per la gente comune prevede ancora la possibilità di consumare nel privato quelle che sono le sconfitte che naturalmente la vita ci riserva, per chi è alla ribalta diventa difficilissimo, se non impossibile, gestire la pressione prima e l'eventuale fallimento poi. E dunque la soluzione inevitabile a un certo punto diviene la fuga dal confronto.  

Ma il problema ci coinvolge tutti. Perché ormai abbiamo bandito completamente dal nostro campo delle possibilità questioni che sono invece ineludibili. La realtà non è che non sappiamo più perdere, ma che non sappiamo più confrontarci con i nostri limiti naturali (e non solo con quelli), perché semplicemente li abbiamo rimossi. E questo non solo nello sport, ma nella vita in generale. E il proliferare del burn out negli sportivi come nei personaggi di vertice in genere è la punta di un iceberg che rappresenta l'intero mondo occidentale, coinvolgendo inevitabilmente tutti i livelli della società. 

Il problema è complesso, perché coinvolge appieno e taglia trasversalmente la realtà che viviamo. Ha a che fare non solo con il tema della "narrazione", ma anche con l'inseguimento del consenso effimero e la polarizzazione delle opinioni che l'immediatezza e la disintermediazione del loro condizionamento, tipiche di questo periodo, portano con sé.

La soluzione? Non credo sarà facile, perché è un cambiamento culturale quello di cui abbiamo bisogno. Ma occorre iniziare a promuovere a tutti i livelli la necessità di confrontarsi con maggiore onestà con questi "rimossi". Per riscoprire che anche nella sconfitta, nella malattia o nella morte - ma anche nell'altro, nel diverso, nel lontano - c'è dignità e pure tanta. Per far sì che divengano nuovamente parte della nostra vita senza dovercene vergognare. 

Ho però un timore: il sostengo che l'opinione mainstream sta provando a dare a questi ritiri va in una direzione diversa, sostanzialmente giustificandoli, così da spostare la visione del problema dalla luna al più modesto (ma forse maggiormente gestibile) dito. Perché non è la fuga dal confronto che va promossa, ma la riscoperta della sua necessità.  

Per arrivare, alla fine, in un mondo in cui Simone Biles salirà comunque sulla pedana a confrontarsi con le proprie avversarie, per giungere magari quinta o ottava, senza che questo rappresenti per lei e per noi una condanna senza appello. 

Forza Simone, facci vedere anche questa volta chi sei davvero! 

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