La prospettiva della storia e quella della cronaca
Chi si trova a vivere gli snodi della storia molto difficilmente se ne accorge. Spesso, la percezione è deformata dalle aberrazioni che la vicinanza dovuta alla contemporaneità appone sulla prospettiva dei fatti attraverso le lenti della cronaca. Ma, anche se forse non ce ne accorgiamo del tutto, quelli che stiamo vivendo sono passaggi davvero cruciali nella traiettoria della nostra civiltà.
Dalla reviviscenza del consenso popolare per idee che sembravano relegate agli strapuntini degli emicicli parlamentari, alla rivalutazione della guerra come strumento concreto o, almeno, come opzione sul tavolo per regolare i conflitti tra gli uomini, sino allo stravolgimento delle alleanze su cui era imperniato il sistema di sicurezza mondiale fuoriuscito dalla conferenza di Yalta, è tutto un susseguirsi di scosse sempre più forti e via via più destabilizzanti, come uno sciame sismico che annuncia il grande terremoto che raderà al suolo il vecchio ordine mondiale unipolare.
Molti sostengono che l'epicentro di tutto ciò sia da rinvenirsi nella profonda crisi di identità degli Stati Uniti, rimasti da soli, dopo la fine del comunismo, a tenere in piedi un sistema che non poteva reggere a lungo con un solo riferimento.
La riprova è nel fatto che dopo il cambio avvenuto a furor di popolo dell'amministrazione a stelle e strisce è mutato anche e radicalmente il paradigma americano su alleanze e priorità strategiche, annunciato dalla trattativa diretta con la Russia sulla risoluzione della guerra e sfociato nel clamoroso voto di ieri all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha visto gli USA votare in compagnia di Russia, Corea del Nord e Bielorussia contro la risoluzione ucraina sulla responsabilità e il ruolo delle parti nel conflitto.
Roba che a vaticinarla poche settimane fa si passava per pazzi e invece.
Qualche considerazione sull'Europa, che in mezzo a questo stravolgimento sta - forse un po' illusoriamente - cercando di tenere dritta la barra, non fosse altro che in questo fragoroso slittamento di zolle tettoniche rischia di rimanere schiacciata tra quella nord americana e quella russa, è doverosa.
Occorre, innanzitutto, riconoscere che il tempo di risposta e una certa unitarietà di fondo sono sorprendenti, tanto quanto l'associazione senza esitazione del Regno Unito alla coalizione continentale, tutti fattori che tradiscono evidentemente ragioni di sopravvivenza.
Poi, forse, non tutto il male verrà per nuocere. Il vecchio continente si è svegliato improvvisamente, da solo e sudato, nel mezzo della notte, dopo ottanta anni di sonno/tutoraggio, economico e soprattutto militare, e se non vuole perire o essere assorbito dalla minaccia russa deve giocoforza rifondarsi secondo logiche di potenza non (solo) economiche.
Sembra stia prendendo piede la consapevolezza che il deficitario peso critico dei singoli attori in sé considerati sia tale da sconsigliare imprese solitarie e trattative bilaterali e alla spicciolata, come avvenuto in casi simili in passato (vedi, ad esempio, II guerra del Golfo).
Anche la nostra premier sembra aver capito che l'Europa viene prima dell'appartenenza ideologica e sta giocando abilmente la sua e la nostra partita. Vorrei davvero arrivare alla fine di questo processo e poterle dire brava, sono con te, finalmente.
Il primo passo per costruire quella convergenza politica da anni coltivata in vitro e mai insufflata nel corpaccione molle dell'Unione per le naturali crisi di rigetto che operazioni a tavolino come queste producono su temi così profondi, forse, è stato compiuto.
O, più precisamente, è stato compiuto dal peso delle circostanze contingenti, che è come dire della cronaca. O della storia, che dalla nostra attuale, distorta prospettiva sono la stessa cosa.

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