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Quando non serviva alzare la voce

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È morto Osvaldo Bagnoli. A molti, oggi, questo nome dirà poco. A me, invece, dice tantissimo. Avevo dieci anni. Ricordo come fosse ieri quel giorno di settembre del 1984, quando la mia squadra del cuore di allora, la Juventus campione d'Italia in carica, pareggiò 0-0 con il Como alla prima giornata di campionato. Quel giorno ero stato allo zoo – si chiamava ancora così – di Villa Borghese con la mia famiglia. Ho ricordi sfocati dei viali e degli animali, ma nitidissimo è quello del televisore acceso nella casa di mia zia, dove ci fermammo per un breve ristoro prima di ripartire verso il paese. Paolo Valenti leggeva i risultati e introduceva i servizi dai campi. Il Verona fece tre goal al Napoli di Maradona, prese la testa della classifica e non la mollò più. Fu probabilmente l'ultima squadra campione d'Italia a sorpresa - la Samp di Boskov, Vialli, Mancini e Cerezo qualche anno dopo era uno squadrone - l'ultima volta di una provinciale di sicuro. L'artefice di quel ...

Se ci fosse Marco Aurelio a Palazzo Chigi

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Attraverso una fase della vita in cui all'irrequietezza dei quarant'anni si è sostituta una sorta di stoica accettazione dell'umana condizione, in cui l'obiettivo è la serenità conquistata ammettendo che ci sono cose che non posso controllare.  Con questo stato d'animo osservo ciò che accade intorno a me. E la notizia più clamorosa di questi giorni è senz'altro lo scontro, perché di questo si tratta, tra Meloni e Trump.  Politicamente, è noto, sono lontano migliaia di miglia dalla nostra Presidente del consiglio e da quel cripto-post-fascismo che solletica la pancia ai bruti e contemporaneamente cerca di rassicurare mercati, istituzioni internazionali e grandi capitali del fatto che quella roba lì è solo a favor di scemi. Non solo per posa intellettuale connotata da alterigia liberale, ma anche perché la storia ci ha insegnato che questa formula politica non funziona a lungo andare.  E, infatti, anche la presunta capacità di farsi valere sullo scacchiere interna...

Giorgia Meloni, il principio di non contraddizione e il gatto di Schrödinger

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“ Un’Europa inarrestabile nella sua capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune, ma esitante, improvvisamente, quando si tratta di far sentire la propria voce nelle dinamiche globali. E le crisi ci hanno mostrato anche quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo a quello di piattaforma commerciale, in una posizione quasi passiva tra l’America e i grandi attori asiatici, lasciando ad altri il controllo sugli snodi fondamentali delle catene del valore. Quando gli shock sono arrivati, e quelle catene del valore, troppo lunghe e troppo fragili, si sono spezzate, noi abbiamo scoperto quanto fosse pericolosa l’esposizione verso dinamiche che non potevamo controllare. E abbiamo capito quanto fosse suicida accettare che su materie prime critiche, energia e settori strategici, il nostro destino dipendesse da scelte altrui. ” (Fonte: intervento di Giorgia Meloni all’assemblea di Confindustria 2026). Stamattina, andando al lavoro, asc...

Si accettano scommesse

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La dinamica della politica nazionale odierna, ovviamente in stretto collegamento con quanto avviene a livello globale, offre spunti sui quali vale la pena fare un giochino. Magari avventato, magari leggero, ma che possa restare agli atti come testimonianza di un vaticinio. Il governo in carica e la relativa maggioranza sono ormai da tempo in evidente affanno. Pesano, oltre all’instabilità del quadro internazionale, anche rilevantissimi fattori interni. Innanzitutto la nota eterogeneità dell’alleanza, tenuta insieme sostanzialmente dal pragmatico attaccamento alla sedia e poco altro. Se Salvini e Meloni si somigliavano parecchio prima delle elezioni, salvo poi riposizionarsi su segmenti diversi in ragione del diverso peso assunto nella maggioranza, Tajani e Forza Italia — per natura e opportunismo — hanno giocato sin dalla scomparsa di Berlusconi una partita del tutto diversa. L’altro elemento che ormai si impone con prepotenza è la pochezza di una classe dirigente composta in larga par...

Una domanda piccola ma fastidiosa

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A me di Ilaria Salis importa come del colore dei calzini che indossa Salvini (i.e. nulla).  Però una cosa non riesco proprio a spiegarmela.  Perché quelli che una dozzina di anni fa ci hanno scassato le palle a manetta sul fatto che i Marò – che ricordo, fatto accertato, hanno seccato due poveri cristi – li dovevamo processare in Italia e che erano italiani e che dunque li dovevamo difendere e ci dovevamo far rispettare e tutte ste roba qua, oggi cacano il cazzo, ma al contrario, perché un’italiana – però puzzona, de sinistra, centro sociale etc. – è riuscita, da sola, senza l’aiuto dello Stato italiano che anzi, tramite il suo governo pro-tempore l’ha apertamente osteggiata, a non farsi processare in un posto dove la portavano in udienza in ceppi e tante altre belle robine subite nella soggezione della prigionia, solo perché avrebbe – fatto in questo caso circondato da molte e controverse circostanze non accertate – rotto il culo a un paio de fasci de merda?  E poi: ma p...

Referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, considerazioni a semifreddo

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Per chi avesse voglia, condivido qualche riflessione sull’esito del referendum sulla riforma costituzionale della giustizia: 1) Concordo con Giorgia Meloni: è stata un’occasione sprecata. Credo – e spero, nell’interesse del Paese – che sia anche abbastanza lucida da riconoscere che l’occasione non l’abbiamo sprecata “noi”, ma in larga parte lei ed il suo governo. Gli effetti della mancata riforma li pagheremo tutti, ma le responsabilità non sono equamente distribuite, tutt’altro. 2) Da riformista (non solo a parole), continuo a ritenere che la giustizia italiana abbia un bisogno urgente di interventi strutturali. È lenta e costosa e rappresenta un freno per il sistema-Paese. Non è un problema astratto: si traduce in meno opportunità e maggiori costi per cittadini e imprese. Ma non è sicuramente autoreferenziale e composta di soggetti irresponsabili, come ci hanno artatamente provato a far credere. 3) C’è poi il tema del metodo. Riforme di questa portata o si costruiscono coinvolgendo a...

Il conformismo della trasgressione (produce mostri)

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Qualche giorno fa su la Repubblica è uscito un articolo di Luigi Manconi su La Zanzara e sul suo conduttore, Giuseppe Cruciani . La tesi è semplice: una trasmissione nata come irriverente e trasgressiva si è progressivamente trasformata in un prodotto conformista e prevedibile . Secondo l'autore, il programma continua a mettere in scena una galleria di personaggi estremi, grotteschi, provocatori. Un tempo erano il segno di un linguaggio “anti-sistema”. Oggi, secondo Manconi, non fanno più saltare gli schemi: li confermano . Quel caos apparente finisce per riflettere e rafforzare stereotipi diffusi, spesso di segno reazionario, in linea coi tempi e gli umori dominanti. Nei fatti, anche Cruciani, da provocatore, diventa prevedibile: sempre più allineato agli umori della maggioranza, incline a posizioni radicali e a una certa autocelebrazione. Il risultato non è più una critica del sistema, ma la sua caricatura: un prodotto che contribuisce a un clima culturale regressivo, dove agg...