Il conformismo della trasgressione (produce mostri)
Qualche giorno fa su la Repubblica è uscito un articolo di Luigi Manconi su La Zanzara e sul suo conduttore, Giuseppe Cruciani. La tesi è semplice: una trasmissione nata come irriverente e trasgressiva si è progressivamente trasformata in un prodotto conformista e prevedibile.
Secondo l'autore, il programma continua a mettere in scena una galleria di personaggi estremi, grotteschi, provocatori. Un tempo erano il segno di un linguaggio “anti-sistema”. Oggi, secondo Manconi, non fanno più saltare gli schemi: li confermano. Quel caos apparente finisce per riflettere e rafforzare stereotipi diffusi, spesso di segno reazionario, in linea coi tempi e gli umori dominanti.
Nei fatti, anche Cruciani, da provocatore, diventa prevedibile: sempre più allineato agli umori della maggioranza, incline a posizioni radicali e a una certa autocelebrazione. Il risultato non è più una critica del sistema, ma la sua caricatura: un prodotto che contribuisce a un clima culturale regressivo, dove aggressività e banalizzazione (anche del fascismo) diventano intrattenimento.
Il paradosso è evidente: la trasgressione si rovescia nel suo opposto e diventa conformismo mediatico.
Non è la prima volta che Manconi torna su questo punto. In un articolo di circa un anno fa, con al centro sempre Cruciani e il suo programma, richiamava un esperimento di Radio Radicale: aprire i microfoni agli ascoltatori, senza filtri, in nome di una libertà di parola piena e autenticamente democratica. Un’idea quasi illuministica.
Ma l’esito, ricordava Manconi, fu diverso da quello sperato. Lo spazio libero venne occupato sempre più da interventi scomposti, aggressivi, ossessivi, spesso triviali. Quello che doveva essere un laboratorio di pluralismo si trasformò in uno sfogatoio incontrollato.
Se quello di Radio Radicale era un esito in qualche modo “subìto”, Cruciani — secondo Manconi — fa un passo ulteriore: prende quel materiale e lo costruisce come format. Non è più un effetto collaterale, ma il cuore dello spettacolo.
All’inizio funziona come trasgressione: porta in scena ciò che normalmente resta ai margini. Ma col tempo accade qualcosa di più sottile: quella materia perde la sua carica destabilizzante, diventa familiare, riconoscibile, persino rassicurante. E quindi, inevitabilmente, mainstream.
Ed è qui che i due ragionamenti si saldano. Vellicare la pancia, liberare senza filtri il lato più grezzo del discorso pubblico, non produce libertà più alta: produce normalizzazione del peggio. Gli istinti più bassi non vengono messi in discussione, ma legittimati. La complessità si riduce, il conflitto si banalizza, il linguaggio si incattivisce.
È, in fondo, una dinamica nota: si apre il vaso di Pandora e le forze si liberano — ma non si elevano, si disperdono nel caos. A questo punto il collegamento con un altro tema diventa quasi automatico. Se — come scrivevo in un post precedente — il fascismo non è un corpo estraneo ma una possibile degenerazione interna delle democrazie, allora anche questi processi culturali non sono neutri, ma fungono piuttosto degli incubatori.
Perché il fascismo, prima che nelle istituzioni, si normalizza nel linguaggio, negli umori, nelle abitudini. Perché è il prodotto della fermentazione normalizzata degli istinti peggiori dell'essere umano.
Nei fatti Cruciani e il suo programma, più o meno consapevolmente, sono la conferma del ragionamento che facevo un annetto fa. Il fascismo è come un germe necrofago, che mangia il corpaccio in decomposizione delle democrazie.
Il problema è che quando tutto ciò diventa familiare, spesso è già troppo tardi per accorgersene.

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