Gli anni dei gatti
Oggi la tua assenza è diventata maggiorenne. Te ne andavi esattamente diciotto anni fa e se dico che pare una vita non si fatica a crederlo: ho cambiato lavoro e città più volte, mi sono sposato e ho avuto una figlia - che abbiamo deciso di chiamare Luce, un modo discreto per ricordarti senza crearle intorno troppe aspettative - e tanto altro.
Ma soprattutto, se mi guardo allo specchio e cerco quel mezzo uomo impaurito che ti teneva la mano quella mattina ormai lontana, non riesco più a trovarlo.
Alla fine, un paio di anni fa abbiamo ristrutturato la nostra casa – te la ricordi, vero? – e siamo andati a viverci. Sono tornato a qui, dove mi hai cresciuto e dove te ne andasti quella mattina lontana ormai diciotto anni.
L’abbiamo cambiata parecchio. In giardino però ci sono ancora le ortensie e le rose piantate da papà e anche la magnolia, che è diventata altissima e fa tanta ombra. Luce e Monica hanno interrato qualche cespuglio di lavanda e un ciliegio. Staremo a vedere come cresceranno.
Mi manchi. E tante volte mi ritrovo a chiedermi come sarebbe oggi la vita se tu fossi ancora qui. Avresti 76 anni e non mi pare di fare un grande peccato a pensarti ad un'età a cui arrivano in tanti oggigiorno, una cosa quasi normale. E invece.
Invece di te mi rimangono solo ricordi e quelli più vicini, più vivi, parlano della tua prematura sofferenza, del dolore degli ultimi anni. Degli ultimi giorni di lucidità, quando con lo sguardo che iniziava a svuotarsi mi dicevi che non era giusto che dovessi iniziare così presto a badare ad un genitore malato.
In quei momenti pensavi a me, a quello che mi sarebbe toccato, e non al tuo futuro compromesso, al tuo destino segnato da una malattia crudele. Sei sempre stata al mio fianco e mi hai sempre sostenuto, anche quando davvero non lo meritavo, quando ero un giovane scapestrato e con la testa vuota. E oggi ho capito che lo hai fatto non solo perché eri mia madre, ma perché credevi in me, a prescindere da tutto.
Da qui nasce la sofferenza più grande che mi porto dietro, la consapevolezza di non essere stato all'altezza dei tuoi bisogni, man mano che ti spegnevi e diventavi più fragile. Il mio sostegno è stato incerto, scostante, a volte duro e scontroso. So che avrei potuto e dovuto fare di più e molto meglio, so di averti delusa. Ma indietro non si può tornare.
Una mattina, una settimana dopo la tua scomparsa, dovevo svegliarmi molto presto per una trasferta. Avevo da poco cambiato lavoro e ci tenevo ad essere puntuale. Ebbi un sonno agitato e con molti risvegli. Poi, alla fine, in mezzo a quella notte angosciosa, ti sognai. Mi venivi a chiamare in bagno, come facevi spesso ai tempi della scuola, a dirmi che era tardi, che dovevo sbrigarmi e io ti rispondevo con la mia consueta ruvidezza di lasciarmi in pace, che avevo quasi finito di prepararmi ed ero pronto per uscire.
Mi svegliai da solo, in quella casa vuota, col sole ancora lontano, in mezzo al buio, al freddo e al silenzio di una notte che non voleva finire. Consapevole del fatto che dopo essertene andata, avrei avuto molto da fare con il tuo ricordo e i miei sensi di colpa.

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