Aquile e pettirossi

Di recente, all’approssimarsi del trentesimo anniversario del primo giorno di servizio militare, sono stato aggiunto a un gruppo WhatsApp di ex compagni di leva. Sì, sono abbastanza “stagionato” da aver dovuto regalare un anno della mia vita alla patria e, nonostante ciò, devo ammettere che è stata un’esperienza molto positiva dalla quale sono uscito notevolmente migliorato.

Alla partenza, decisa da me – rinunciando al rinvio ottenuto con il minimo sindacale – mi trascinavo da due anni senza concludere un granché ed ero fondamentalmente un bambinone finto-ribelle, con zero esperienze di vita reale alle spalle, peraltro ben coperte da una famiglia attenta, presente e paziente, nonostante il mio ostentato (e simulato) fastidio per il loro preziosissimo supporto.

Un anno dopo, al momento del congedo, non dico che fossi un uomo fatto, ma di certo avevo imparato un sacco di cose. Non solo a smontare un fucile o a pulire una “turca”, ma anche a rapportarmi con persone lontane dal mondo protetto della rassicurante borghesia di paese cui ero abituato; a capire cosa significhi essere l’ultima ruota del carro; e che non sempre i migliori sono quelli che ce la fanno. E soprattutto che, quando non ci sono mamma e papà, te la devi cavare da solo.

Insomma, quell’anno era stato un assaggio potente e saporito di vita vera. Ma non è questo quello di cui voglio parlarvi, anche se da qui muove.

Con l’avvento dei social network mi erano passate davanti molte volte fotografie dei primi giorni di vita militare del mio gruppo, che poi sono quelli più duri: il brusco distacco dalla famiglia, la condivisione forzata degli spazi con degli sconosciuti, la disciplina imposta con durezza, la sveglia quotidiana prima dell’alba, il freddo che ti si infila nelle ossa e non ti lascia più, le piccole e grandi privazioni da subire senza un’apparente spiegazione, se non quella di essere sottoposti a un potere che, almeno allora, appariva arbitrario e fine a sé stesso.

In quelle foto, però, non mi ero mai ritrovato. Per ragioni che non sto qui a spiegare, avevo infatti lasciato anzitempo – subito dopo il giuramento – la caserma di addestramento per essere inviato al reparto di destinazione, e quelle immagini risalivano per lo più al periodo immediatamente successivo alla mia partenza.

Qualche giorno fa, però, su questo gruppo è spuntata fuori la foto di una tavolata.

L’immagine è sgranata: è lo scatto digitale di una fotografia analogica. Si intuiscono facce giovani, qualche sorriso, vestiti decisamente anni Novanta. Nel mezzo, una testa che si capisce essere stata china sul piatto fino a un istante prima e che ora rivolge uno sguardo di traverso all’obiettivo. Quello sono io.

Appena ho visto quella foto – quello sguardo, quella camicia, quegli occhiali, quella posa delle spalle – ho sentito improvvisamente come un vuoto aprirsi dentro, sopra, sotto e tutto intorno a me.

Quello ero io. Non nel senso banale della somiglianza fisica. È stata piuttosto una specie di vertigine: il riconoscimento improvviso di qualcosa che credevo perduto e che invece era rimasto lì, intatto, sospeso in quell’istante congelato dalla fotografia.

E in quello sguardo ho riconosciuto, in meno di un attimo, il retroterra emotivo da cui tutto ciò proveniva. La leggerezza un po’ incosciente dei vent’anni. La convinzione – forse ingenua ma necessaria – che la vita stesse per cominciare davvero. La purezza di aspettative ancora non negoziate con la realtà. L’assolutismo quasi integralista delle mie convinzioni.

E poi anche una certa dose di vacuità – quella che a vent’anni è quasi fisiologica: sapere pochissimo del mondo e, proprio per questo, da perfetti incoscienti, sentirsi pronti a tutto.

Guardando quella foto alla fine mi sono emozionato fino alla commozione. Era come stare davanti a uno specchio che mi rimandava il Giorgio di trent’anni fa, con le sue stupide certezze, le sue convinzioni inscalfibili, le sue paure accuratamente nascoste, le sue purezze profonde e le sue insicurezze curate con dosi massicce di ribellismo a buon mercato.

Mi sono ritrovato così, quasi senza accorgermene, davanti a quel monumento alla giovinezza e alla totipotenza, a chiedermi se quel ragazzo sarebbe fiero dell’uomo che è diventato oggi. Perché negli anni succede di tutto. Si cambia strada, si ridimensionano idee, si abbandonano sogni, se ne scoprono altri. Alcune illusioni si rompono, altre semplicemente si dissolvono. È il modo in cui la vita lavora su di noi.

Eppure, mentre continuavo a guardare quell’immagine sgranata, mi è venuto da pensare che il vero rischio non sia stato quello di non aver realizzato tutti i sogni che avevo a vent’anni. Sarebbe chiedere troppo, una pretesa ingiusta.

Il vero rischio sarebbe stato quello di tradirli completamente, di dimenticare da dove venivano. Smettere di prendere sul serio quella parte di me che allora guardava al futuro con un misto di fiducia, ingenuità e assolutezza. 

In quello sguardo ho rivisto tutto questo. E per un attimo mi è sembrato quasi di poter dialogare con quel ragazzo col quale mi accorgevo di aver contratto un debito profondissimo. 

Per estinguerlo avrei voluto urlargli con tutto il peso del magone che la sua visione mi aveva messo addosso che la vita sarebbe stata molto più complicata di quanto pensava. Che alcune cose sarebbero andate diversamente. Che certe illusioni non sarebbero sopravvissute. Che alcune purezze si sarebbero macchiate – per bisogno, per debolezza, per codardia. Sua, mia, di altri.

Ma anche che, nonostante tutto, ho provato a non tradirlo del tutto.

Poi ho pensato che forse non sarebbe servito a nulla. Che rovesciargli addosso le mie stanchezze, l’inevitabile disillusione dei miei cinquanta e passa anni, raccontargli delle piccole speranze che ancora popolano i miei mattini – pettirossi in cerca di briciole davanti alle aquile di trent’anni fa – sarebbe stato inutile.

Perché lui non mi avrebbe creduto e avrebbe avuto ragione.

Così sono rimasto a guardare quella fotografia ancora per un po’ e a un certo punto mi è sembrato chiaro che almeno una cosa, in tutti questi anni, è rimasta quasi identica. 

Lo sguardo. È solo un po’ più stanco. Ma forse è proprio questo, in fondo, l’invecchiare bene: continuare a guardare il mondo allo stesso modo.

Solo con un po’ più di fiatone. E qualche illusione in meno.

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