La libertà e il valore della vita


Giorni fa ricordavo l'importanza dell'applicazione della legge penale secondo i principi costituzionali e lo facevo in un contesto scomodo, a favore di soggetti in genere poco amati - i carcerati - e probabilmente dell'uomo attualmente più antipatico d'Italia, vale a dire Cesare Battisti. 

La realtà è che un principio vale sempre, a meno che nel caso concreto non ne incontri un altro maggiormente cogente al quale deve lasciare, in tutto o in parte, il passo. Così oggi ci troviamo di fronte ad un altro evento che ci obbliga a confrontarci con questi principi, vale a dire quello che ha coinvolto l'assessore leghista di Voghera, avv. Adriatici e il senza tetto marocchino Youns el Boussettaoui. 

Partiamo col dire che vale sempre e comunque la presunzione di innocenza. Vero è che a terra c'è un morto ammazzato - ed è un dato di fatto - e che a quanto pare sia tale a causa di un colpo partito dalla pistola dell'assessore. Dunque si tratta di un omicidio. Quel che non è certo è, se c'è stato, il tipo di reato eventualmente consumato.  

In questo contesto non mi sento di ingrossare le fila di chi ha già deciso tutto: capi di imputazione, colpevolezza e pena. Le indagini ricostruiranno i fatti e questi forniranno ai giudici il quadro al quale applicare il diritto. Mi auguro per tutti, indagato, vittima e famiglie coinvolte, che venga fatta piena luce ed amministrata giustizia secondo legge.

Non mi sottraggo però ad alcune considerazioni che ritengo fondamentali per poter avere il campo sgombro da pericolosi condizionamenti nella valutazione dell'accaduto. 

A tutti noi è capitato di incrociare nella vita il classico "attaccabrighe" e sappiamo bene che la cosa migliore da fare - anche se la più difficile - è tentare di ignorare le provocazioni e le offese - financo quelle fisiche - e cercare una via d'uscita, anche una fuga se necessario, peraltro senza che sia per forza onorevole. La ragione è evidente: quando hai di fronte qualcuno che non ha il tuo stesso senso della misura e che non ha nulla da perdere il confronto ti vede sconfitto in partenza, qualunque sia l'esito formale dello stesso.

Ora, il tipo era conosciuto dalla comunità come un soggetto difficile: problemi psichici associati ad abuso di alcool. Dunque a pieno titolo uno col quale il confronto "a caldo" era del tutto inutile, se non dannoso. Per quale ragione allora l'assessore di Voghera ha pensato che tirare fuori la pistola - qualunque fosse l'uso che volesse farne - fosse una buona idea, quando la cosa più giusta da fare sarebbe stata ignorare il soggetto, cambiare strada o al limite - se l'orgoglio proprio non riesce a stare al suo posto - ricambiare la cortesia del pugno menando le mani (cosa che, per inciso, io non avrei mai fatto)? 

Il problema è con tutta evidenza "l'opzione pistola". Che a mio avviso non deve mai essere sul tavolo nel regolamento delle questioni private. Perché trattare le armi da fuoco è cosa delicatissima, da riservare a persone addestrate e solo nello svolgimento di un servizio di pubblica sicurezza e anche in questi casi non è detto che l'uso non sia distorto o soggetto ad un'imponderabile eterogenesi dei fini.  

L'altra riflessione ha a che fare con il valore della vita. Quella dell'aggressore agli occhi di alcuni è parsa averne uno talmente infimo da non meritare le garanzie che normalmente sono riconosciute agli animali. Sì, proprio così, agli animali. Perché c'è gente che giustamente si indigna per il maltrattamento talvolta loro riservato ma arriva a considerare la vita di uno sbandato meno di quella di un cane. E su questo disallineamento occorre interrogarsi profondamente, perché ci sono leader politici che ci sguazzano, anche se non è ancora il punto di caduta del mio ragionamento. 

In questo caso è infatti il mix ad essere letale: far passare il concetto che la difesa armata è sempre legittima, anche per banali liti di strada, e che gli effetti collaterali del portarsi a spasso una pistola sono in fondo accettabili se quantificati nel valore residuale della la vita di alcuni (oggi uno sbandato marocchino, domani chissà) è agghiacciante e apre una prospettiva su scenari che non voglio nemmeno immaginare. 

Non arriverò a fare nomi, non ne ho voglia. Se però per il presunto omicida - che ha la mia pena, in quanto sono certo che ora si starà mangiando le mani, consapevole di aver fatto una grandissima cazzata figlia di quel miscuglio di disvalori che di tanto in tanto presentano un conto salatissimo allo sventurato di turno - valgono tutte le prerogative di legge per chi è accusato di un reato, lo stesso deve accordarsi alla dignità e al valore della vita persa del marocchinio che è uguale a quella di chiunque altro, anche se si tratta di un "marginale" con la colpa ulteriore di non essere nemmeno italiano. 

Ma soprattutto, per quanto banale possa sembrare, deve rimanere ben impresso nella mente di tutti che cancellare una vita e rovinarne un'altra per ragioni futili non può essere considerato l'effetto collaterale tollerabile della discutibile libertà di farsi giustizia da sé, perché questo confina apertamente, se non tracima già di suo, in assoluta, insensata ed inaccettabile barbarie.             

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