Il pagellone di Euro 2020
Di seguito le mie modeste e come al solito non richieste
valutazioni su squadre, personaggi e momenti topici dell’ultimo campionato
europeo di calcio.
Luis Enrique, voto
10: se si potesse riassumere in un libretto delle istruzioni lo spirito
con cui un vero uomo, non solo di sport, affronta le vicende della vita – fatta
ineluttabilmente di vittorie e sconfitte, altari e polvere, gioia e dolore –
questo avrebbe nella sezione “esempi pratici” l’approccio del commissario tecnico
della Spagna alla sconfitta con l’Italia, ma non solo.
Sincero rispetto per l’avversario - seppur visibilmente inferiore e fortunato - capacità di accettare la sconfitta come una
dignitosa possibilità, riservatezza e compostezza nell’affrontare le tragedie
vere della vita. Rivincita del fair play in salsa latina, altro che inglesi.
I soccorsi di Copenaghen,
voto 9: se Christian Eriksen è ancora in vita e può addirittura pensare di
riprendere la carriera agonistica (in verità l’ultimo dei problemi) lo deve
alla tempestività e all’efficacia di tutta la “filiera” dei soccorsi, dal suo
capitano primo soccorritore all’ultimo degli infermieri
dell’ospedale di Copenaghen. Dopo un anno e mezzo di Covid è ormai sempre più
chiaro come un efficiente e ben finanziato sistema sanitario serva a salvare
vite. Tutte, senza distinzione.
La nazionale
italiana, voto 8: voto alto, ma non tondo, per una squadra che ha
dimostrato di meritare la vittoria ridandoci l’orgoglio di tifare azzurro non
senza qualche inevitabile passaggio a vuoto. Sul piano tecnico rimangono le
ombre del match con l’Austria, ma soprattutto della palla mai vista contro la
Spagna e il braccino corto nel primo tempo della finale. Sul piano morale –
giudizio personalissimo – le incertezze (meglio: le divisioni) interne al
gruppo sull’adesione alla campagna BLM che, conoscendo il retroterra culturale
del calcio italiano, sanno tanto, se non di razzismo strisciante, di becero
opportunismo o quantomeno di infamante ignavia.
La nazionale danese,
voto 7: perdono il loro giocatore più talentuoso a causa di un infarto nel
corso della prima partita del girone, che sono costretti a portare a termine perdendola. Da quel momento in poi impartiscono lezioni di concretezza ed efficacia sfiorando addirittura
la finale, mancata per il solito, imperdonabile errore arbitrale a favore dei
padroni di casa. Quando si parla di popolo fiero, unito ed indomito occorre
volgere lo sguardo con doveroso rispetto verso la porzione nord della penisola dello Jutland (pur memori del biscotto del 2004, eh).
La composta esultanza
di Mattarella, voto 6: diciamoci la verità, Pertini che si alza in piedi ed
esulta platealmente rimane nel cuore di ognuno di noi il ricordo più bello
ed indelebile, nonché l'immagine più iconica di un capo dello stato al seguito della propria nazionale. A Mattarella – compìto, compassato e con quel non so che di
becchino d’alto bordo – non potevamo onestamente chiedere di più del veloce quanto inequivocabile lampo rubato dalle telecamere.
Però è bello alle volte essere rappresentati con serietà e compostezza,
caratteristiche rarissime nei nostri comportamenti e per questo altrettanto
preziose in chi ci rappresenta.
La stucchevole retorica
su Gianluca Vialli, voto 5: la malattia è una possibilità concreta nella
vita e ognuno la vive a modo suo. Vialli ha deciso di fare un coming out pacato e in un’ottica
umana prima che sportiva. Un modo per rispettare la sua scelta dignitosa di vivere la
malattia sotto i riflettori, ma con la visibilità limitata di un ballerino di fila, sarebbe stato sancire una tregua sulla vicenda personale e sottolineare
l’apporto concreto dell’ex centravanti alla causa azzurra. E invece ad ogni commento su Gianluca da parte della stampa il
sottointeso, a volte neppure tale, era sempre sul suo status di malato. Se davvero aspiriamo a normalizzare tutto ciò che
sino ad oggi, sbagliando profondamente, è stato vissuto con lo stigma sociale
dell’anormalità – la malattia, la disabilità, l’omosessualità, le differenze
razziali – dobbiamo cercare di togliergli di dosso la vuota retorica e il
tono dell’eccezionalità e farlo divenire normale ed ordinario elemento della
realtà d’ogni giorno.
La nazionale
francese, voto 4: con quel po’ po’ di rosa e il titolo di campioni del
mondo in carica i galletti si presentavano come i favoriti dell’europeo. La
realtà ha mostrato un gruppo poco coeso, un gioco singhiozzante e dipendente
dalle invenzioni dei pur notevoli singoli, ma soprattutto ha sancito il
fallimento delle stelle più attese, Mbappé e Pogba. Ma questo è il bello di uno
sport dove la differenza non la fa la somma dei singoli ma il valore aggiunto
del fattore squadra, come ha dimostrato la nazionale vincitrice.
La gestione federale del Black Lives Matter, voto 3: non si riesce a comprendere se la linea “non c’è una linea” della FIGC sull’adesione o meno della nazionale alla campagna BLM sia figlia dell’improvvisazione o della malafede. Propendo per la seconda, ma sarebbe gravissima anche la prima. Avrei preferito una chiara e ragionata indicazione per la non adesione accompagnata da gesti concreti e pratici in chiave anti-razzista, piuttosto che il pilatesco “decide il gruppo”, con i ridicoli esiti che tutti conosciamo.
I tifosi inglesi,
voto 2: siamo cresciuti nel mito della ruvida correttezza degli inglesi, accompagnati da uno strisciante complesso di inferiorità di fronte alla supposta altezza del loro senso
civico e un po’ spiazzati dalla
loro fierezza, caratteristiche che al setaccio del nostro retaggio culturale passavano per tendenza alla delazione e ingiustificata
spocchia. Ma un popolo che fischia tutti gli inni degli avversari, insulta i
propri atleti di colore e abbandona lo stadio al momento della premiazione dei
vincitori probabilmente non sarà ipocrita, spocchioso e delatore come abbiamo
sempre pensato (o forse sì?) ma sicuramente non è quel campione di fair play che ci hanno voluto far credere sino ad oggi.
Il governo ungherese,
voto 1: forse merita anche meno, ma scorrendo la pagella capirete che c’è
chi ha fatto addirittura di peggio. Stadi pieni, in barba al Covid, per mere
finalità propagandistiche. Divieto di accesso ai simboli del pride sulle tribune in aperto spregio a quei valori di
rispetto, apertura ed infine tolleranza per l’altrui pensiero che condividono
le nazioni democratiche dell’Europa di cui tecnicamente l’Ungheria farebbe parte.
Dispiace solo dover buttare anche il bambino con l’acqua sporca, perché la
squadra, sebbene scarsa tecnicamente, ha dimostrato di essere coriacea, tenace e ben messa in campo. Ma
nessuno ha mostrato il men che minimo segno di disobbedienza o anche timido
dissenso nei confronti di uno dei più vergognosi governi attualmente nell’UE, a
partire dall’allenatore italiano.
L’ignominiosa fuga
del principe, voto 0: mi rendo conto che avere come principale
preoccupazione un fratello rincoglionito che si è fatto infinocchiare da una parvenu che punta decisamente al titolo
e al patrimonio sia roba stressante, ma la fuga dallo stadio a fine partita
rende davvero la cifra dell’ipocrisia di cui è pervasa la retorica sull’altezza
d’animo degli inglesi. Se fosse rimasto a premiare la nazionale italiana
avrebbe riscattato le innumerevoli figure di merda del suo popolo durante
questi campionati. Ma tant’è. Anche per le monarchie vale l'adagio secondo il quale i rappresentanti sono lo specchio dei rappresentati. E che nessuno mi venga più a raccontare di quanto
migliori di noi siano gli anglosassoni, perché si becca uno sputazzo dritto in
mezzo alla faccia. Noblesse oblige.

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