"Ognuno di noi deve dare qualcosa, per fare in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto"

Vent'anni fa in questi giorni non mi trovavo in Italia ma in Portogallo, per un viaggio a lungo sognato, un on the road tutto sommato comodo grazie al supporto finanziario dei miei genitori. 

Ricordo che Lisbona, tra le tante suggestioni in grado di suscitare con le sue strade e i suoi quartieri, mi regalò la prima emozione nel chiuso di un albergo. Quel caldo pomeriggio ero nella mia stanza mentre leggevo il passaggio de "La zattera di pietra" in cui i due protagonisti si incontrano per la prima volta proprio nell'atrio dell'hotel dove mi trovavo. Mi fermai a rileggere più volte per essere sicuro della coincidenza mentre dentro di me saliva come una vertigine la sensazione di vivere in una sorta di effetto Droste letterario.

Ma tutto il viaggio era in sé una sorta di suggestione continua. A Porto passammo un paio di notti di avventure in compagnia di un gruppo di giovani "marginali" che s'arrangiavano a divertirsi a ridosso del quartiere vecchio, tra i quali spiccava un giovanissimo e statuario angolano di nome Vladimiro che dormiva in alloggi di fortuna e per sbarcare il lunario posava nudo come modello nella locale accademia delle belle arti. A Peniche - dove ci aggregammo a una compagnia di universitari di Coimbra prossima al disarmo per le vacanze incombenti - davanti al primo oceano della mia vita scambiai versi con Cristina, di cui serbo ancora un ricordo dolcissimo ma non le poesie, né l'indirizzo di posta elettronica dei quali mi fece dono. 

Per la coda festaiola del viaggio, dopo diverse tappe arrivammo infine in Algarve e solo allora ricordai che a Genova era in corso il G8 insieme a tutto il carico di tensione che l'aveva preceduto. Vent'anni fa non c'erano gli smartphone e l'unico modo di accedere a un qualche tipo di informazione all'estero erano i giornali che arrivavano con un giorno di ritardo. In uno dei risvegli pomeridiani dopo le notti di bagordi ad Albufeira, con ancora la bocca impastata, accesi distrattamente la tv della stanza che ci ospitava, la prima con un tale livello di comfort, più per farmi compagnia durante la prima sigaretta che per reale interesse ai programmi. Insieme al notiziario in portoghese passavano immagini di manifestanti e polizia. Fumogeni, fughe e rincorse. Poi a terra il corpo esanime di un ragazzo. 

Mi precipitai in strada ancora stordito, alla ricerca del chiosco dei giornali. Trovai il Corriere del giorno prima che non riportava ancora la notizia della morte di Carlo né degli scontri che l'avevano preceduta. Corsi allora all'internet point più vicino - quello dal quale nei giorni precedenti avevo scritto un'email a Cristina - e scoprii che circa ventiquattr'ore prima un ragazzo era morto a piazza Alimonda in circostanze controverse. 

La vacanza proseguì, ma eravamo oramai alla fine, in tutti i sensi. Ricordo che commentai i fatti di Genova e poi la morte di Montanelli con una giovane attivista portoghese - della quale conservai invece più a lungo i contatti - e fui coinvolto in un accenno di rissa con un paio di inglesi in un disco bar per difendere un compagno di viaggio che aveva decisamente alzato il gomito. Poi degli hot dog mangiati a notte fonda e birre in riva al mare. Ma chi le ha vissute lo sa, le notti di Albufeira cancellano presto il loro ricordo. Rientrai in Italia con una spossatezza persistente e la sensazione che l'età dell'innocenza - la mia, ma non solo quella - fosse finita. 

Quello che finì davvero fu infatti l'illusione della possibilità di un mondo diverso. Vent'anni dopo non c'è più un movimento vasto, trasversale e organizzato come quello no-global, capace di proporre in maniera convincente un modello alternativo a quello imperante. Movimento del quale non facevo parte e che guardavo con un malcelato misto di diffidenza e superiorità, ma che in fondo sentivo contiguo ai miei valori e che  faceva da sponda alle mie ingenue aspettative di un futuro diverso da quello che si andava delineando. Di lì a poco sparirono per sempre pure le Torri Gemelle e con loro la residua speranza che la globalizzazione potesse essere qualcosa di buono per tutti. 

Purtroppo non c'è più nemmeno Carlo Giuliani, ma vorrei davvero che fosse ancora qui e soprattutto vorrei non conoscere il suo nome. Non tanto e non solo perché una vita salvata - qualsiasi vita - è un mondo salvato. Ma perché non sapere della sua morte e non conoscere il suo nome oggi significherebbe non aver avuto gli scontri di piazza, i manifestanti picchiati senza ragione, le ritorsioni sotto forma di tortura perpetrate nella scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto. Ma soprattutto significherebbe non aver perso i vent'anni che sono seguiti alle tristi vicende che lo hanno reso famoso.    

Oggi è infatti chiaro a tutti che l'allarme lanciato da quel movimento - ingenuo, incoerente, un po' naif, venato di ideologie superate e puntellato qua e là di personaggi forse discutibili - era tutt'altro che infondato. E che quel corpo di ragazzo esanime - al di là delle responsabilità personali sue, di chi lo uccise e di tutto l'apparato governativo, mediatico, politico e giudiziario che gli si mosse intorno come una torma di avvoltoi affamati e che ancora oggi lo agita senza alcuna vergona come un simbolo da usare a piacimento dell'una o altra parte - ne incarnava il destino in maniera icastica. Come quello della mia giovinezza che, senza saperlo, finiva proprio con quel viaggio e con ciò che ne rimaneva. 

Con Cristina lo scambio epistolare durò qualche settimana, mentre l'attivista portoghese intasò ancora per un po' la coda della mia posta in arrivo. Tornai in Portogallo a trovarla - stavolta coi miei risparmi - in una Lisbona tiepida e imbronciata di un lungo week-end di fine febbraio. Ma qualche mese dopo anche le infinite notti di luglio erano un ricordo o poco più. Di Saramago lessi molto altro per rendermi conto che "La zattera di pietra" non era poi questo grande romanzo, al di là della singolare coincidenza dell'hotel in rua Garrett. Anni dopo smisi anche di fumare. Di Vladimiro e i ragazzi della compagnia di Ribeira non ebbi più nessuna notizia.

E così su quella piazza rimasero infine tutti insieme: i resti di un viaggio, la mia giovinezza, le sue illusioni, i destini di un movimento che aveva perso la sua battaglia e il corpo senza vita di un ragazzo che senza volerlo né saperlo se li era presi tutti sulle spalle.   




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