Nessuno tocchi Caino
Quello delle violenze in ambito carcerario è un tema difficile, me ne rendo conto, e per niente popolare. Però, parafrasando la ministra Cartabia, lì dentro c’è un pezzo della nostra Costituzione – e dunque della nostra democrazia – che non può essere calpestato.
In prigione ci si va perché si è violata una norma penale;
la detenzione rappresenta infatti la reazione del nostro ordinamento ad una condotta
antisociale, anche se oggigiorno privare della libertà un cittadino è considerato un atto estremo, riservato solo a casi gravi o molto gravi. Ciò non toglie
che anche a favore di queste persone valga il principio proprio di uno stato di diritto secondo il quale
tutti gli organi dello stato debbono agire nel rispetto della legge.
Tra queste leggi, la più importante applicabile al caso di
cui parliamo è quella contenente il principio di cui al comma 3 dell'articolo 27 della Costituzione, secondo
il quale "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso
di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" e che indica
con chiarezza cosa non vada nelle immagini diffuse nei giorni scorsi.
Il discorso potrebbe chiudersi qua, anche sorvolando sulle
esternazioni del solito cretino di turno che non perde occasione per
solleticare la pancia della gente a fini propagandistici, se non che mi
sovviene un post scritto qualche settimana fa sulle primule rosse in Francia e
sul “fondamento” della dottrina Mitterand che per anni le ha sottratte alla
giustizia italiana.
In quel post mi chiedevo se saremo capaci, il giorno in cui
i latitanti verranno estradati, di trattarli secondo la legge. Ma soprattutto
se saremo in grado di applicare la legge penale alla luce del principio costituzionale sopra riportato che prevede umanità di trattamento e prevalenza della funzione
rieducativa della pena.
E allora vale la pena domandarsi come ci stiamo comportando nei confronti dell’unica primula rossa attualmente
nelle carceri italiane: Cesare Battisti. Si tratta di un omicida condannato in
via definitiva che per anni si è sottratto alla giustizia. Dunque, sul
fatto che debba scontare la pena comminatagli non credo ci possano essere
discussioni.
Qualche dubbio tuttavia mi sovviene sulla reale corretta applicazione al suo caso delle norme penali alla luce dei principi costituzionali. E sì, perché la sentenza che condannava Cesare Battisti prevedeva che scontasse i primi sei mesi di detenzione in isolamento. Si dà tuttavia il caso che ad oggi, trenta mesi dopo la sua cattura, sia ancora in regime di carcere duro. A ciò, si aggiungano alcune altre apparentemente ingiustificate storture, come la destinazione ad un carcere di massima sicurezza riservato ai terroristi islamici, per di più lontano dalla sua residenza. Il tutto senza una motivazione giuridica fondata. Ma soprattutto con il contorno di una sensazione di evidente e stolta rivincita nei confronti del condannato.
Di questa situazione si sono accorti ben prima di me alcuni autorevoli opinionisti, anche di destra. Anzi, dalla sinistra, o presunta tale, si è sentito poco o niente. Io ovviamente non voglio prendere le parti di Battisti in relazione alle sue colpe che sono chiare, evidenti e non assoggettabili a transazione alcuna. Ma il dovere di trattarlo secondo il medesimo diritto che lo ha privato della libertà è superiore a qualsiasi altra istanza, soprattutto se ispirata a principi che la nostra Costituzione non contempla.
Se vogliamo continuare a poter dire che lezioni di democrazia non ne prendiamo da nessuno, men che mai dai francesi, ma soprattutto se vogliamo continuare a pensare che nelle mani dello stato siamo in un posto sicuro - che si tratti di un ospedale, una caserma, una scuola o una prigione - è necessario che i diritti che la nostra Costituzione prevede in favore di chi è nella soggezione di una qualche diramazione dello stato, siano sempre rispettati a prescindere dallo status per il quale ci troviamo nelle sue mani.
Perché quando difendiamo il diritto di qualcun altro stiamo sempre difendendo anche un nostro diritto.

Riflessioni preziose, le tue, perché instillano il dubbio e il dubbio è sempre motore di cambiamenti e rivoluzioni interiori.
RispondiEliminaPenso e ripenso alla sottile linea di demarcazione tra ciò che è bene e ciò che è male soprattutto se riguarda chi ha scelto di stare ed agire dalla parte del male.. È un esercizio per niente agevole per la mente, ci si sforza ma il.risultato non è assicurato.
A volte temo di perdere di coerenza e leggerti mi offre spunti di ancoraggio.
Grazie davvero per i tuoi post. Un abbraccio
Grazie Barbara.
RispondiEliminaNel merito, quello che più mi interessa è il rispetto da parte dello stato della medesima legge da cui esso stesso trae fondamento e legittimità. Diversamente siamo in un controsenso. Il tema non riguarda solo l'ambito della legge penale ma in generale tutti i campi in cui lo stato esercita la sua autorità. Può sembrare un'ovvietà ma è la base della democrazia, almeno sino a quando ci crederemo. Un caro saluto.