Quando non serviva alzare la voce


È morto Osvaldo Bagnoli.

A molti, oggi, questo nome dirà poco. A me, invece, dice tantissimo.

Avevo dieci anni. Ricordo come fosse ieri quel giorno di settembre del 1984, quando la mia squadra del cuore di allora, la Juventus campione d'Italia in carica, pareggiò 0-0 con il Como alla prima giornata di campionato.

Quel giorno ero stato allo zoo – si chiamava ancora così – di Villa Borghese con la mia famiglia. Ho ricordi sfocati dei viali e degli animali, ma nitidissimo è quello del televisore acceso nella casa di mia zia, dove ci fermammo per un breve ristoro prima di ripartire verso il paese. Paolo Valenti leggeva i risultati e introduceva i servizi dai campi.

Il Verona fece tre goal al Napoli di Maradona, prese la testa della classifica e non la mollò più. Fu probabilmente l'ultima squadra campione d'Italia a sorpresa - la Samp di Boskov, Vialli, Mancini e Cerezo qualche anno dopo era uno squadrone - l'ultima volta di una provinciale di sicuro. L'artefice di quel piccolo miracolo sportivo fu proprio Osvaldo Bagnoli.

In anni in cui contavano ancora – e parecchio – la forma, l'educazione, il rispetto e una certa compostezza, Bagnoli riusciva comunque a distinguersi. Lo faceva con la sua pacatezza, con una classe mai ostentata, con idee di calcio professate senza alzare la voce.

Era un signore. Ma non nel senso dell'estrazione sociale. Tutt'altro.

Era figlio di operai, cresciuto nella modestia, nel buon senso, nella pulizia degli ambienti e dei pensieri. Non ricordo una parola fuori posto, un gesto sopra le righe, una ricerca della polemica. Forse qualche lampo di rabbia qua e là per un torto arbitrale: il volto contratto, mezza parola di disappunto, sempre misurata, mentre era la sua espressione a raccontare tutto. Anche in quei momenti non cadeva mai nel riflesso, oggi così comune, dell'insulto o della volgarità.

Mi mancano quel tipo di persone. Mi mancano quei tempi. Forse anche perché mi riportano all'infanzia: l'odore del sapone di Marsiglia, della brillantina Linetti di mio nonno, una stagione della vita che inevitabilmente tendiamo a ricordare con dolcezza. Ma non è soltanto nostalgia.

Mi mancano l'educazione, il rispetto della forma, la compostezza dei gesti e del linguaggio. Mi manca il senso di responsabilità di chi sapeva che la notorietà comporta anche un dovere verso gli altri. Mi mancano il senso della misura e la buona fede.

Perché quella generazione portava ancora addosso il ricordo della guerra, della fame, della tragedia e, proprio per questo, anche della compassione. L'aria che si respirava era diversa da quella di oggi: c'era profumo di buon senso, di solidarietà e di fiducia. Oggi non più.

Sono passati più di quarant'anni ma già allora si intuiva che qualcosa stava cambiando. Ma restava ancora una traccia di quel mondo. Oggi quella traccia sembra essersi assottigliata fino quasi a scomparire, in un tempo nel quale troppo spesso prevalgono la pancia sull'intelligenza, l'ostentazione sulla misura, la prevaricazione sul rispetto, la frustrazione sulla comprensione.

Viviamo in un'epoca in cui non è raro sentire persone sostenere che sia giusto inseguire un ladro e ucciderlo, quasi che il valore dei beni possa prevalere su quello della vita umana. È anche da questi dettagli che si misura quanto sia cambiato il nostro modo di guardare il mondo.

Addio, Osvaldo.

Ci mancherai. Anche se, in fondo, il mondo che rappresentavi ci mancava già da molto tempo.



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