Se ci fosse Marco Aurelio a Palazzo Chigi
Attraverso una fase della vita in cui all'irrequietezza dei quarant'anni si è sostituta una sorta di stoica accettazione dell'umana condizione, in cui l'obiettivo è la serenità conquistata ammettendo che ci sono cose che non posso controllare.
Con questo stato d'animo osservo ciò che accade intorno a me. E la notizia più clamorosa di questi giorni è senz'altro lo scontro, perché di questo si tratta, tra Meloni e Trump.
Politicamente, è noto, sono lontano migliaia di miglia dalla nostra Presidente del consiglio e da quel cripto-post-fascismo che solletica la pancia ai bruti e contemporaneamente cerca di rassicurare mercati, istituzioni internazionali e grandi capitali del fatto che quella roba lì è solo a favor di scemi. Non solo per posa intellettuale connotata da alterigia liberale, ma anche perché la storia ci ha insegnato che questa formula politica non funziona a lungo andare.
E, infatti, anche la presunta capacità di farsi valere sullo scacchiere internazionale della nostra eroina è stata - perché ormai la possiamo relegare al passato come un'illusione svanita - una narrazione a cui non ho mai creduto molto, perché era chiaro come il cielo d'estate che quel giochino lì - vale a dire far finta di puntare i piedini in Europa e contemporaneamente recitare la parte dell'alleato più fedele degli americani - non poteva reggere.
Germania e Francia, al di là delle debolezze contingenti, hanno concesso a Meloni di fare la voce grossa perché sapevano che prima o poi sarebbe tornata all'ovile: l'UE, per quanto criticabile sia, è un ombrello sotto il quale è necessario rimanere, piaccia o non piaccia, citofonare UK per qualche referenza sullo starne fuori. E, dunque, al momento del bisogno ci siamo inevitabilmente messi con le ginocchia sui ceci e abbiamo chiesto ed ottenuto, genuflessi, la tanto agognata flessibilità di bilancio necessaria per affrontare il caro energia.
Gli USA, invece, tanto più a guida trumpiana, per suggellare patti del tipo di quelli vagheggiati dalla nostra presidente prima o poi ti chiedono un pedaggio importante in termini di fedeltà, che si traduce quasi sempre in sostegno politico-militare alle più o meno sensate operazioni di polizia internazionale nelle quali si avventurano.
Ma se già al tempo di Bush figlio sostenere gli USA nella seconda, scellerata campagna irachena poteva sembrare azzardato - e nei fatti Blair ci lasciò le penne e Berlusconi ci perse le successive elezioni politiche - agganciarsi a Trump nella folle guerra all'Iran - chiaramente tirato dentro dagli israeliani, bisognosi di aiuto nella loro lotta senza strategia per la sopravvivenza, titillando il suo ipertrofico super-ego - risultava una "non opzione".
Anche perché, val bene ricordarlo, al di là delle dichiarazioni celoduriste di Meloni e company, l'Italia è una potenza economica e non militare e la sua forza di economia trasformatrice ad alto valore aggiunto risiede nella capacità di assicurarsi approvvigionamenti di materie prime a prezzi contenuti nonostante un debito pubblico ingombrante - e questo le riesce solo se di questo si fanno indirettamente garanti UE e Germania - mentre la sua sicurezza è appaltata ad altri, leggi NATO e USA.
Nei fatti, fuori da UE e Nato e senza il gancio con gli USA non siamo nessuno e questo è bene ricordarlo a tutti quelli che provano a dirci il contrario, tanto a destra quanto a sinistra.
Per questa ragione, l'intemerata contro Trump - al quale sarebbe stato sufficiente non rispondere, lasciandolo sfogare nel suo consueto e noto delirio di onnipotenza - ci ha confermato quanto ingenua sia Giorgia Meloni che, più che fastidio, in questi casi fa tenerezza tanto prevedibili sono i suoi riflessi pavloviani da cripto-fascista qual è.
Si è trattato di un passo falso, l'ennesimo, di una Presidente largamente sopravvalutata nelle sue capacità di relazionarsi col mondo e non solo.
E forse il punto è proprio questo: la serenità – nella vita come in politica – nasce dal saper distinguere tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. Dal conoscere i propri limiti, non per rassegnazione ma per intelligenza. Meloni, invece, continua a recitare la parte di chi quei limiti può abolirli per decreto, a colpi di orgoglio, di propaganda e di smorfie identitarie.
Ma il mondo non è un comizio, e i rapporti di forza non si lasciano intimidire da una diretta Facebook. Così il sovranismo italiano finisce sempre allo stesso modo: promette autonomia e produce dipendenza, invoca la storia e inciampa puntualmente nella realtà.
E infatti, contrordine camerati, si torna a blandire l'America.

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