Si accettano scommesse
La dinamica della politica nazionale odierna, ovviamente in stretto collegamento con quanto avviene a livello globale, offre spunti sui quali vale la pena fare un giochino. Magari avventato, magari leggero, ma che possa restare agli atti come testimonianza di un vaticinio.
Il governo in carica e la relativa maggioranza sono ormai da tempo in evidente affanno. Pesano, oltre all’instabilità del quadro internazionale, anche rilevantissimi fattori interni.
Innanzitutto la nota eterogeneità dell’alleanza, tenuta insieme sostanzialmente dal pragmatico attaccamento alla sedia e poco altro. Se Salvini e Meloni si somigliavano parecchio prima delle elezioni, salvo poi riposizionarsi su segmenti diversi in ragione del diverso peso assunto nella maggioranza, Tajani e Forza Italia — per natura e opportunismo — hanno giocato sin dalla scomparsa di Berlusconi una partita del tutto diversa.
L’altro elemento che ormai si impone con prepotenza è la pochezza di una classe dirigente composta in larga parte da parvenu, riciclati e parenti. Evitiamo l’elenco per pietà, ma basta evocare qualche nome qua e là — Sangiuliano, Delmastro, Lollobrigida, Nordio, Urso, così per dire — e il discorso si chiude prima ancora di aprirsi.
Il risultato è evidente: dispersione della già scarsa “produzione” politica. Un fenomeno dovuto tanto ai vincoli internazionali, che tracciano rotte sostanzialmente obbligate in politica estera e di bilancio — anche se Meloni, va detto, sulla prima ha provato talvolta a muoversi con una certa intelligenza — quanto a una strategia di immobilismo calcolato, tesa a “nascondere” il governo (rectius, il suo Presidente), forte di un consenso da non consumare. Il tutto si traduce oggi in una navigazione di cabotaggio nell’ultimo tratto della legislatura.
Del resto, i sondaggi indicano ormai con chiarezza il cosiddetto campo largo come favorito alle prossime elezioni. Quello che a Letta non permisero di costruire, benché già allora fosse evidente come rappresentasse l’unico modo per contrastare elettoralmente una coalizione che stava insieme soprattutto per opportunismo, sospinta dal vento favorevole del mood popolare.
Solo che, anche guardando dall’altra parte, non è che ci sia molto da entusiasmarsi. Anzi.
Il partito che dovrebbe guidare la coalizione è guidato a sua volta da una leader tanto inesperta quanto inconsistente. Tant’è che il secondo partito già allunga le mani sulla leadership, forte di un capo dotato di maggiore esperienza e appeal. Si prevedono scintille. Per non parlare dell’allegro duo radicale rosso-verde o del novello Richelieu centrista, che completano un quadro a dir poco effervescente se proiettato verso il futuro.
Appunto: il futuro. Sostantivo evocativo e spesso abusato in politica, di cui si è appropriato un personaggio tanto scaltro quanto spregiudicato, affiancandolo a un aggettivo che solletica gli istinti primordiali dell’italiano medio.
L’operazione “Futuro Nazionale”, del resto, è chiarissima: ottenuta la notorietà politica utilizzando la Lega come taxi, Vannacci punta alla scalata a Palazzo Chigi facendo leva sugli impulsi più facili da attivare nella testa — e soprattutto nello stomaco — degli italiani. L’uomo forte e solo al comando, vale a dire l’interiorizzazione del vincolo esterno, a noi tanto cara, ovvero il paradigma secondo cui esiste sempre qualcun altro deputato a risolvere i problemi per conto nostro — siano essi gli americani, l’Unione Europea o, appunto, un dittatore — purché ci lascino fare l’aperitivo in pace.
Ed eccolo, allora, il vaticinio: con o senza riforma elettorale, le prossime politiche produrranno un risultato incerto e comunque non autosufficiente. Da lì nascerà molto probabilmente un pastrocchio centrista, dal PD a Forza Italia e dentro chiunque ci stia, destinato a durare un paio d’anni al massimo.
Nel frattempo, tra prevedibili turbolenze internazionali, costi energetici in crescita, inflazione di risulta e la serenità del rito dell’aperitivo finalmente compromessa, gli italiani torneranno alle urne riversando i propri consensi sull’uomo delle soluzioni drastiche, purché semplici.
Vannacci Presidente del Consiglio entro il 2030. Massimo 2031.
Si accettano scommesse.

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