Cosa serve davvero per il Nobel


Davanti agli accordi siglati oggi a Sharm El Sheik occorre innanzitutto togliersi il cappello e riconoscere quello che è un dato di fatto: l'attività di Trump - spesso frenetica, contraddittoria e controversa - nella regione ha portato ad un risultato tangibile e assolutamente rilevante: gli ostaggi israeliani rapiti quel maledetto 7 ottobre di due anni fa tornano a casa, così come gli abitanti della striscia di Gaza, anche se questi ultimi, in gran numero, una casa non ce l'hanno più. Ma tant'è. 

Ora, al di là del buon esito della fasi successive - che tutti, io compreso, auspichiamo - a mio avviso è necessario alzare un attimo lo sguardo e portarlo un poco oltre il confine sanguinoso ma apparentemente pacificato che divide Israele e la striscia di Gaza e domandarsi dove davvero vuole arrivare Trump con la sua attività di pacificazione. 

Ho già scritto in altri post che ritengo assolutamente genuina la voglia di pace che ispira il presidente americano, soprattutto se inquadrata dai suoi punti di partenza. Trump vuole creare le condizioni affinché gli USA non sprechino più risorse su fronti inutili o secondari, per concentrarsi là dove davvero alligna secondo loro la minaccia principale di questo secolo, vale a dire nell'indo-pacifico, dove il contenimento oggi e, presumibilmente, lo scontro domani con la Cina richiedono crescenti risorse in un quadro di decrescenti possibilità e soprattutto volontà, da parte del milieu a stelle e strisce, di guerra, sangue e predominio, come invece è stato nei decenni passati. 

L'obiettivo di Trump, come quello dei suoi predecessori -checché se ne dica - è quello di appaltare ad Israele la funzione di egemone del medio-oriente per potersene poi disinteressare tramite i c.d. Patti di Abramo, grazie ai quali creare una cupola di benessere e sicurezza nella regione sotto l'egida a stelle e strisce ma garantiti dalla deterrenza nucleare e dalla supremazia tecnologico-militare israeliana. Proprio la loro imminente firma da parte dell'Arabia Saudita al tempo fu una delle più evidenti determinanti dell'attacco del 7 ottobre da parte dei proxy di Teheran, che in quell'ingresso negli accordi vedevano una serie minaccia alla propria posizione di parziale dominio nella regione. 

Ora Trump prova addirittura a coinvolgere l'Iran nel nuovo equilibrio di forza mediorientale - al momento, tuttavia, senza esito - tentando un'arditissima pacificazione globale che se vedesse la luce chiuderebbe nel giro di pochi mesi una delle questioni più controverse e sanguinose della storia recente dell'umanità. Anche qui, ci troviamo evidentemente di fronte a qualcosa di altamente auspicabile, ma occorre capire se tutto questo sia davvero realistico e soprattutto se, invece, non sia destinato a rimettere in discussione anche gli ottimi risultati ottenuti sinora. 

L'Iran ha, infatti, una secolare storia di contrapposizione culturale prima che ideologica e religiosa nei confronti dell'occidente, quale che fosse la sua configurazione, da Atene e Sparta in poi. Ritenere che gli ayatollah scendano a compromessi con gli USA è davvero un'ipotesi ardita da postulare, ma se mai fosse, questo sarebbe davvero un risultato da premio Nobel per la pace

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