L'importanza dei poteri irresponsabili


Ho atteso qualche giorno prima di scrivere delle parole pronunciate da Mattarella in occasione della cerimonia del Ventaglio, il tradizionale incontro tra i vertici dello stato e la stampa parlamentare, dove ha ribadito la sua - e pertanto, in qualche modo, nostra, dell'Italia - posizione su questione israelo-palestinese e invasione russa dell'Ucraina. Ho atteso perché le riflessioni che ne sono scaturite sono andate oltre il dato dei contenuti contingenti delle sue parole.

Parole pronunciate non in un'occasione qualunque, ma soprattutto, non in un momento qualunque. Il giorno prima, infatti, il ministero degli esteri russo aveva diramato una lista di c.d. "russofobi" tra i quali era annoverato proprio Sergio Mattarella. Quale che fosse l'intento di una così maldestra uscita - di fattura per niente estranea alla prassi della diplomazia, se così vogliamo chiamarla, russa - di sicuro non ha sortito l'effetto di intimidire il nostro Capo dello Stato. 

La risposta di Mattarella è stata però significativa non solo per aver ribattuto sul punto in maniera netta, ma anche per un paio di corollari che dalla cifra stentorea della risposta discendono e che meritano di essere approfonditi. 

Non so, onestamente, cosa davvero pensi Giorgia Meloni del merito della guerra russo-ucraina e della questione palestinese. E con l'avverbio "davvero" non intendo "in cuor suo" o "nel privato", ma proprio in termini politici. E' vero: Meloni ha da subito messo in chiaro che il sostegno dell'Italia all'Ucraina non sarebbe venuto meno con la sua salita a Palazzo Chigi - cosa nei fatti avvenuta - mentre forse sulla questione palestinese l'atteggiamento è rimasto più ambiguo un po' più a lungo. 

Ma è evidente che a causa di tanti fattori - primi tra tutti l'opposizione "interna" di Salvini, che su Russia e Israele ha un controcanto chiaro e per niente remissivo, ma anche il tentativo sinora fallimentare di accreditarsi come interlocutrice privilegiata degli USA sotto il nuovo corso trumpiano - la nostra Presidente del consiglio pratichi un'attenta e strategica distanza da posizioni di schieramento deciso e senza equivoci. 

Lo fa, in aperta contraddizione sia con la retorica che riserva alle questioni interne - in cui invece appare fedele al suo usuale personaggio macchiettistico di donna di destra tutta di un pezzo - sia appunto con la tradizione di durezza e purezza alla quale si è sempre rifatta. 

Tale apparentemente innaturale postura di Meloni è dovuta allo storico posizionamento interstiziale che il nostro paese ha da sempre in politica estera - al quale s'è dovuta acconciare facendo bagno di realismo una volta salita al potere, alla faccia del presunto protagonismo celodurista sbandierato dalla nostra eroina a favor di boccaloni - sia soprattutto per ragioni di carattere elettorale. 

Su quest'ultimo punto, infatti, è arcinoto che l'opinione pubblica italiana, tra quelle occidentali, sia quella che esprime il più alto tasso di vicinanza alle c.d. ragioni russe, mentre da sempre la questione palestinese è vista come appannaggio della sinistra e delle frange più estreme della destra antisemita. 

E qui torna in gioco Mattarella, ma non in quanto lui - anche se non faremo male un giorno a dedicargli strade, ponti ed infrastrutture, altro che aeroporto Silvio Berlusconi! - ma come medium dell'istituzione Presidenza della Repubblica Italiana e della libertà ad essa riservata dall'indipendenza della stessa, fondata sul prestigio assicuratole da chi lo ha preceduto e dalla terzietà dagli umori elettorali assicuratole dalla Costituzione. 

E' infatti la libertà dal suffragio popolare che gli consente di esprimere chiaramente quale sia la posizione dell'Italia alla luce dei valori costituzionali sulla sostanza dell'invasione di un paese sovrano e il massacro di civili innocenti, senza dover per questo rendere conto - almeno direttamente - al corpo elettorale. 

Mi rendo conto che alle menti dei semplici esaltare l'assenza di vincolo rispetto al popolo possa sembrare elitario e antidemocratico, ma è tutto fuorché tale. Se, infatti, c'è un tema che va ponendosi come tragico e urgente da affrontare è proprio la catastrofe della politica, generata dall'esaltazione e dell'assunzione a postulato inappellabile della populistica convinzione che la sua disintermediazione, il rapporto diretto tra titolari dei poteri - quali che siano - e il popolo, sia un valore assoluto e un principio cogente. 

I disastri che questa convinzione porta sono alla luce del giorno. La politica ha perso respiro, non guarda più al lungo periodo, è divenuta nei fatti un esercizio di conquista e conservazione del potere e non della promozione del benessere generale, mentre l'utilizzo distorto e manipolatore della comunicazione, l'abuso di fenomeni di illusione finanziaria e le tentazioni della c.d. dittatura del potere esecutivo sono ormai strumenti usuali di chi governa.

Certo, c'è una parte cospicua della politica - non maggioritaria, almeno per ora, e fortunatamente - che spinge con tutta evidenza verso le derive plebiscitarie che tali asserzioni portano con sé, ma non per questo occorre perdere il coraggio di denunciarne i rischi e i possibili approdi. 

Affinché chi è chiamato a rispondere direttamente al corpo elettorale non sia l'unico a dover assumere il peso di decisioni impopolari, siano esse costose riforme sociali o chiare posture sullo scenario internazionale, è necessario che vengano preservati quei presidi di costituzionalità garantiti non dall'irresponsabilità politica - che pure a certi livelli è comunque necessaria - ma dall'equilibrio tra poteri direttamente responsabili verso gli elettori e quelli che questa responsabilità la subiscono in via mediata. 

Chiudiamo gli occhi e pensiamo a cosa sarebbe accaduto nella distopica situazione in cui il governo venisse eletto direttamente dal popolo - cosa che non accade in nessun luogo dell'occidente - e il Parlamento e il Presidente della Repubblica assumessero rispettivamente il ruolo di cortigiani e notai dell'esecutivo, come vorrebbe la prospettata riforma chiamata "premierato" che Meloni auspica. 

E poi tiriamo un sospiro di sollievo, almeno sino a quando tale incubo non diverrà realtà. 


Commenti

Post popolari in questo blog

Perché ha ancora senso parlare di fascismo (e di antifascismo)

Alla prossima

La prospettiva della storia e quella della cronaca