L'eterogenesi dei fini del pacifismo trumpiano
E' oggettivamente difficile riannodare il filo dei ragionamenti, soprattutto dopo due mesi di sospensione dei miei post. Manca un ponte tra le riflessioni passate e queste che mi accingo a sintetizzare di seguito, essendo nei fatti accaduto moltissimo.
Un dato su tutti mi pare chiaro, però, e da questo vorrei partire: la narrazione tanto in voga presso i sostenitori di Trump, vale a dire che con lui alla presidenza degli USA le guerre sarebbero diminuite se non cessate, è con tutta evidenza sconfessata.
Non metto in dubbio il fatto che Trump creda sinceramente che il raggiungimento della pace sia un obiettivo; la realtà ci sta, però, dimostrando che la sua gestione del potere dalla poltrona più influente del mondo non stia conducendo a tale risultato.
Tutti gli scenari di guerra attivi al momento del suo insediamento sono ancora lì, con un livello dello scontro che è sicuramente peggiorato, tanto a Gaza quanto in Ucraina. A questo si aggiunga l'avvio delle ostilità aperte e dirette tra Israele e Iran, scenario del quale non è agevole preconizzare né una fine prossima, né un suo contenimento a livello meramente regionale.
Un secondo dato evidente è la persistente irrilevanza del ruolo dell'Europa e dei paesi europei nel quadro di crescente crisi. Niente di nuovo, si dirà, vista l'inconsistenza politica dell'Unione Europea e il relativo nanismo delle singole nazioni prese a sé stanti.
Ma se tutto questo era anche accettabile in un quadro di sostanziale allineamento tra interessi europei e americani, con l'avvento di Trump e della politica Maga le nostre carenze rappresentano un grosso problema.
Anche perché, molto banalmente, se forse Germania, Francia ed extra UE il Regno Unito una linea più o meno comune l'hanno trovata - sebbene tra mille e annose diffidenze, fondate sui soliti e risalenti pregiudizi reciproci e le presunte prerogative di leadership che ognuna delle tre grandi nazioni europee rivendica - riuscendo vieppiù a cooptare una ormai rilevantissima Polonia, permane comunque la politica interstiziale dell'Italia meloniana, che pretende di coltivare un illusorio privilegio nei rapporti con gli USA, nonché le frammentarie posizioni di aperta dissidenza - vedi Ungheria e Slovacchia, ma a tendere non rimarranno sole - che contribuiscono a formare un quadro in cui la massa critica per contare davvero nello scenario incrudelito di questo scorcio di secolo continua a mancare.
L'evidente conclusione è che in una non sorprendente eterogenesi dei fini, l'afflato pacifista del presidente Trump sta scivolando apertamente in una carenza di leadership che - nel contesto geopolitico in cui la prima e fondamentale legge è quella dell'horror vacui - convincerà altri a sfruttare questo stato perdurante di debolezza, se non per sostituirsi agli USA nel breve periodo, quantomeno per precostituire le circostanze per provarci nel futuro.
Come avevo previsto qualche mese fa l'attacco di Israele contro l'Iran, in questo quadro non è più folle immaginare a breve un passaggio alle vie di fatto da parte della Cina su Taiwan, che ormai conta più o meno esplicitamente sul fatto che "vale tutto". Se Putin può continuare la sua carneficina in Ucraina indisturbato e Israele può addirittura bombardare Teheran senza che nessuno abbia da ridire, perché mai Pechino non può andare a riprendersi quello che considera da sempre roba sua?
Staremo a vedere.

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