Aux armes, citoyens! Jawohl!
Se questi ultimi mesi sono stati davvero intensi sul piano politico, lo si deve ovviamente al dinamismo del neo presidente degli USA, Donald Trump, il quale aveva comunque preannunciato grandi capovolgimenti nell'approccio degli Stati Uniti con il resto del mondo.
Rimanere sorpresi di fronte alla franca brutalità del tycoon è sicuramente umano; diabolico sarebbe, tuttavia, non cogliere quali siano le ragioni di tale cambio di postura e, soprattutto, le conseguenze connesse.
Molto semplicemente, gli americani hanno cambiato prospettiva, non ritenendo più sostenibile difendere i propri interessi da una linea del fronte così lontana da casa loro. Prova ne è l'abbandono - sinora solo a parole, che però hanno già messo in atto evidenti conseguenze - del fronte ucraino e l'appalto ad Israele di agire come egemone in medio oriente. Seguiranno, a stretto giro, lo sganciamento dalla Nato e il progressivo disimpegno dall'Europa e, chissà, anche il sostegno a Taiwan.
Questo non vuol dire che gli USA smetteranno di difendere il loro predominio ma, consapevoli di non poter più egemonizzare il mondo in autonomia, continueranno a farlo accettando la coabitazione, pur sempre belligerante, con altri.
Da qui la necessità di difendersi meglio in prossimità dei loro confini nazionali. E dunque la pressione sul Canada, le attenzioni - per ora non corrisposte - verso la Groenlandia, che di fatto però militarmente già controllano, e il ripristino della gestione del canale di Panama.
In questo schema - chiaro e facilmente leggibile - si inserisce anche la manovra del rientro del deficit/debito, grandezze in negativo che erano però il corollario del dominio del dollaro sul mondo e, a cascata, del benessere assicurato ad economie basate sull'export: quella europea in primis, foraggiata dopo la seconda guerra mondiale soprattutto per contenere l'Unione Sovietica, e quella cinese poi, coltivata in vitro e poi sfuggita di mano, ma che nelle intenzioni iniziali appariva necessaria per assimilare i cinesi nel sistema di sicurezza mondiale a stelle e strisce nei nuovi scenari post guerra fredda.
Oggi noi europei siamo le prime vittime di questo rimescolamento di carte e la primissima sarà l'Ucraina, destinata in un modo o nell'altro a rientrare nell'orbita di influenza russa e a divenire, per quanto ne residuerà, terra di transizione tra Europa occidentale e Russia, con quanto ne discende.
Le alternative sul tavolo di Bruxelles sono abbastanza chiare: o farsi battezzare da nuovi padroni, sulla base di equilibri molto diversi da quelli attuali - opzione che al momento l'élite europea rigetta, almeno a parole - oppure costruire una nuova forma di autonomia, che passerà inevitabilmente per il riarmo. Anche nucleare.
Eh già, la bomba. A dirlo fa paura, ma a breve diverrà una scelta quantomeno da vagliare. L'Europa è nel pieno dell'inverno demografico e difficilmente riuscirà a schierare forze armate sufficientemente ampie ed equipaggiate, quantomeno con lo scopo di deterrenza che è quello a cui punta, se continuerà ad agire come somma di singoli e non come entità di sintesi.
Ma soprattutto, è necessario decidere a chi devolvere la gestione delle nostre sorti - quelle di italiani, intendo. In un siffatto contesto, infatti, pensare di rispondere a tale quadro di minacce politiche, militari ed economiche da soli è, a voler essere generosi, ottimistico. Siamo, infatti, vecchi - e lo diveniamo ogni anno di più - indebitati sino al collo e oltre e, soprattutto, abbiamo una economia basata sulla trasformazione e l'export, essendo poveri di materie prime ma pieni di ingegno.
Illudersi di poter continuare a fare i pesci in barile, vale a dire far finta di vendere a tutti il Colosseo per non darlo a nessuno, barcamenandoci di volta in volta tra chi paga meglio tra Europa, Cina, Russia e USA, probabilmente risulterà inconcludente, se non catastrofico.
Il quadro è abbastanza chiaro a Meloni, che, infatti, ha capito che rimanere agganciati al carro europeo è al momento l'unica chiave di salvezza. Ma potrebbe non bastare. Per continuare a contare l'Europa deve pesare davvero di più della somma algebrica dei singoli stati che la compongono. Trump questo lo sa, e per disarticolare questa prospettiva - del resto gli europei sono per lui soggetti da trattare, né più né meno, come altri - non riconosce l'UE come interlocutrice.
Dunque, per pesare e contare è necessario rafforzare l'Europa e sfruttare le economie di scala che ne discenderebbero. Ipotesi utopistica questa, almeno al momento, visto che significherebbe riconoscere la guida politica e, soprattutto, militare franco-alemanna: i primi metterebbero le attuali migliori forze armate europee e il know-how nucleare, i secondi i soldi.
Boccone davvero duro da ingoiare questo per noi, ma non solo. L'alternativa, però, si chiama Cina o al più Russia, e comunque accompagnate all'inevitabile declino del benessere europeo. A meno di non imboccare solitarie e costose, ma comunque sostenibili, solipsistiche alternative nucleari.

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