Senti chi parla
Nei primi anni della globalizzazione odierna - parliamo della fine dei '90, inizi 2000 - era molto in voga una corrente di pensiero che si preoccupava della crescente influenza "politica" delle multinazionali, soprattutto in combinato con l'allora esponenziale crescita di interesse per la c.d. economia digitale, che proprio a quei tempi fu protagonista di un'enorme bolla speculativa (qualcuno si ricorda dei valori dei titoli Tiscali? ma questa è un'altra storia...).
Al tempo politologi, sociologi, economisti, filosofi e chi più ne ha più ne metta erano a metà divisi tra quelli che sostenevano che i benefici della nuova era globalizzata fossero tali da potersi permettere anche un travasamento di poteri verso chi questa globalizzazione la rendeva disponibile e viva - nei fatti le corporations - e quelli che evidenziavano i pericoli del citato slittamento.
La realtà è che nessuna multinazionale, per quanto potente, ramificata, capitalizzata ed influente fosse, poteva neanche lontanamente pensare di mettere in discussione l'ordine mondiale fondato sulla supremazia statuale. Troppi gli elementi - di tipo politico, finanziario, tecnologico, militare - in cui gli stati, anche quelli di medio-piccola taglia purché effettivamente sovrani e strutturati, risultavano superiori alle aziende.
La stessa visione "aziendale", centrata su temi di carattere economico-finanziario, risultava evidentemente perdente di fronte a soggetti abituati a ragionare sulla base di logiche di dominio e rapporti di forza, in cui la variabile economica è del tutto ancillare nel migliore dei casi.
Esempio icastico di quanto precede, vieppiù declinato da un uomo quasi solo a capo di un'istituzione sì prestigiosa ma priva di quasi tutti gli elementi fondamentali che costituiscono la "potenza", è il celeberrimo "whatever it takes" con cui il governatore di una banca centrale - dunque non il presidente degli USA, a cui afferiscono l'esercito più potente e le istituzioni più solide ed efficienti del globo terracqueo - con tre parole poneva fine alle speculazioni del presunto invincibile sistema della finanza globale che fino ad allora aveva picchiato duro sull'euro a causa della sostanziale divergenza di interessi politici degli stati soci della BCE, sino allora espressi dalle profonde divisioni del suo direttorio.
In questi ultimi giorni, seguiti all'elezione di Trump, la questione si sta riproponendo con prepotenza a causa dell'esuberanza verbale di Elon Musk, noto imprenditore di successo nei settori di confine dell'esplorazione spaziale commerciale e del trasporto privato eco-sostenibile.
Prima gli insulti rivolti al cancelliere tedesco uscente, poi l'invito a sloggiare ai giudici italiani, sono il segno di una tentazione che forse non è mai scomparsa ma che, dopo essersi inabissata come un fiume carsico e aver continuato a muoversi per correnti sotterranee, sta riemergendo tramite una saldatura di interessi unica ma forse destinata a riassorbirsi a breve.
Musk è fondamentalmente un megalomane che ce l'ha fatta, ma da qui a dire che sia un pericolo per le democrazie liberali ce ne passa. In primo luogo perché per arrivare a contare in politica ha dovuto farci i conti, mettendosi sostanzialmente a disposizione di Trump. Che, va detto, a mio avviso avrebbe vinto anche senza Musk e al limite anche nonostante Musk, nel caso in cui questi gli fosse stato contro.
In secondo luogo, perché più che una minaccia per la democrazia ben rappresenta gli effetti della sua decomposizione, nella cui allegoria incarna bene la parte del verme che si ciba della carcassa.
Ritengo invece che, sebbene l'uomo e l'imprenditore siano in tutti i sensi di livello fuori dall'ordinario, la stella politica di Elon sia destinata a eclissarsi, se non presto comunque non tardi.
A ben guardare da vicino, infatti, i suoi interessi in Cina, i suoi rapporti con la nomenclatura pechinese e, in definitiva, l'incarnare nei fatti ciò che Trump maggiormente aborre - andare a vedere dove produce le sue Tesla per credere - non gli assicurerà quasi certamente lunga vita nel progetto MAGA 2.
La verità è che Musk è un portatore di interessi come altri e che sta facendo politica per tutelarli, niente di più. Sa perfettamente che il suo successo oggi e probabilmente la sua sopravvivenza domani si basano su un assetto di fattori che potrebbe slittare da un momento all'altro e che per questo è bene stare vicino alla stanza dei bottoni.
Molto grave, ovviamente, dal punto di vista di chi pensa che la politica debba occuparsi del bene comune e non di interessi particolari, ma su questo punto non credo che noi italiani si possa fare troppo gli schizzinosi dopo quasi trent'anni di berlusconismo.
PS. Sempre grazie al cielo per averci dato Mattarella

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