Che ne sarà di noi
L'elezione a Presidente degli USA di Donald Trump ha immediatamente messo in moto una ridda di previsioni su quello che farà o non farà il magnate tornato sulla tolda di comando della più potente nazione del mondo, nonché nostra protettrice e garante (è bene non dimenticarlo).
I primi giorni dopo le elezioni, sebbene non sia ancora il Presidente in carica, hanno già lasciato intravedere che Trump terrà fede ad alcune delle promesse fatte in campagna elettorale, prima tra tutte - per noi europei soprattutto - la risoluzione della crisi ucraina. Che non so se per noi è davvero una buona notizia.
Si è, infatti, messo subito in contatto con entrambe le parti - supportato, a quanto pare, dall'inquietante presenza di Musk, per mettere in moto il processo che porterà formalmente alla chiusura delle ostilità ma nella sostanza, almeno stando a quanto trapela dall'entourage del neoeletto sui dettagli del piano di pace, ad accogliere le richieste di Putin in merito alla riaffermata sfera di influenza della Russia sul suo c.d. "estero vicino".
Il piano prevedrebbe una zona smilitarizzata su quella che è attualmente la linea del fronte, il cui rispetto sarebbe rimesso ad una forza di pace finanziata e gestita dai paesi europei. L'Ucraina accetterebbe, nei fatti, la decurtazione territoriale subita sinora e il congelamento del suo ingresso nella Nato per almeno un ventennio, in cambio di armamenti forniti dai paesi occidentali in quantità e qualità tali da fungere da deterrente nei confronti della Russia.
Quanto precede, al netto di ogni giudizio di merito sulla validità o meno del proposito, si inserisce perfettamente nel rinnovato set di priorità che Trump ha deciso di dare agli USA. Nella sostanza, combattere contro troppi nemici non è più nelle reali possibilità degli Stati Uniti ed è dunque necessario concentrarsi sulle sfide veramente cruciali, anche se questo costasse perdere qualche pezzo pregiato sulla scacchiera internazionale.
A ciò si aggiunga che la guerra in Ucraina ha prodotto un oggettivo rafforzamento del nemico principale, vale a dire la Cina, che si è giovata della distrazione di ingenti risorse degli USA dallo scenario principale di contesa - l'Indopacifico - per dare sfogo alla propria voglia di "war games", simulando a più riprese isolamento e attacco di Taiwan, e dall'altro ne ha approfittato per sfruttare lo stato di necessità russo - che non aveva più sbocchi in Europa per la sua industria estrattiva - per acquistare idrocarburi e derrate alimentari a prezzi da saldo e allo stesso tempo ridurre allo stato di junior partner dell'alleanza anti-occidentale un suo storico avversario.
Non che questo schema non fosse chiaro all'amministrazione Biden, ma l'unico modo per ribaltare il tavolo e tornare in una posizione di vantaggio - fare la pace con la Russia, sganciarla dalla Cina e magari giocarsela proprio contro di questa - aveva come chiara, evidente e non eludibile controindicazione il risultato di lasciare non tanto - e non solo - l'Ucraina tra le fauci dell'orso, ma soprattutto sacrificare l'Europa e riconsegnarla, se non alla sfera di influenza, quantomeno alla contesa con la Russia su chi potesse ivi esercitare l'egemonia.
Nello schema di Biden - ma in generale di tutte le amministrazioni americane prima del Trump 1, eccezion fatta forse per Obama, che è stato l'antesignano dello smarcamento americano dal Vecchio Continente e dall'Africa - l'Europa, sebbene vassalla, continuava ad avere quella centralità che dalla fine della seconda guerra mondiale in poi è stata croce e delizia per il Vecchio Continente. Stare dentro il campo di influenza americano ha comportato per noi, infatti, oneri - poco percepiti - e onori, molto apprezzati.
Ospitarne migliaia di soldati in basi posizionate su porzioni del nostro territorio sostanzialmente sottratte alla sovranità statale e, al contempo, sfruttare l'immenso mercato a stelle e strisce - pronto ad accogliere le esportazioni di un continente come il nostro, che vive di surplus commerciale, verso uno che, invece, funge da "acquirente di ultima istanza", accettandone in cambio il dollaro come moneta di regolamento di tutti gli scambi, non solo quelli verso gli USA, consentendo così di finanziare l'immenso debito pubblico e privato dell'America, è stato un patto "win-win": l'Europa perdeva peso politico, ma acquistava sicurezza e benessere, a favore di opinioni pubbliche stanche di guerra e sempre più "vecchie" e alla ricerca di protezione, mentre gli USA riuscivano a contenere il più pericoloso dei suoi nemici - l'URSS - per tutto il ventesimo secolo sul continente strategico per antonomasia, vale a dire il nostro.
La caduta del comunismo ha portato una decina di anni in cui le carte si sono rimescolate, ma l'ingresso della Cina nel commercio mondiale, anche qui con velleità di sfruttarne la capacità di produrre a debito per gli americani e i suoi vassalli e cooptarla nel sistema, ha progressivamente creato un nuovo contendente, che dall'ascesa di Xi Jimping in poi ha chiarito che non vuole essere solo la fabbrica dell'occidente e che il mondo non è troppo piccolo per due egemoni, cambiando radicalmente postura.
In questo contesto, ancor più radicalizzatosi negli ultimi anni, gli USA si sono dovuti barcamenare su più fronti, sottraendo risorse non solo alla contesa con la Cina ma anche per l'economia interna. Trump aveva già ben chiaro che per fare di nuovo grande l'America fosse necessario sacrificare l'Europa - lasciandola di nuovo alla potenziale influenza delle lusinghe russe, che non tarderanno a manifestarsi sotto forma di materie prime a buon mercato, Germania e Italia non aspettano altro - facendo pace con la Russia e liberando risorse contro la Cina e verso il fronte del consenso interno.
Da qui in poi inizia dunque un nuovo corso per gli USA ma anche e soprattutto per noi che, però, non avremo grandi margini di manovra. Non siamo in grado di difenderci da soli, anche se dovremo imparare a farlo molto presto. Sempre se davvero decideremo che ci conviene farlo e non sia più comodo o vantaggioso cedere alle lusinghe - e alle unghiate - dell'orso.

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