Questione di stile
Scrivo con un po’ di ritardo rispetto ai fatti, perché ultimamente il tempo a disposizione è sempre meno. La scorsa settimana, però, sono rimasto colpito da due avvenimenti che, seppur distantissimi, messi in relazione tra loro mi hanno fatto riflettere sulle tendenze del momento che ci troviamo a vivere.
Sabato si è giocata la finale di Champions League vinta -
manco a dirlo - dal Real Madrid, che con questa arriva a quota quindici.
Notevole, non c’è che dire, come notevole il record di Carlo Ancelotti che, tra
quelle alzate da giocatore e quelle vinte da allenatore, è arrivato a sette.
Chapeau!
Carlo Ancelotti, appunto. Calciatore di altissimo livello e allenatore plurivincitore di competizioni nazionali – in tutti e cinque i principali campionati europei (Italia, Inghilterra, Francia, Germania e Spagna) – e internazionali, può vantare un palmares che fa girare la testa. Gli manca giusto un’affermazione a livello di nazionale di calcio, ricordando però che il mondiale del 1982 non lo giocò per infortunio. Magari un giorno si mette ad allenare una nazionale – speriamo la nostra – e colmerà anche questa lacuna.
Quello che, però, distingue questo uomo dal fisico non
proprio statuario e il sopracciglio incurvato è, più della lista dei suoi successi, lo stile della sua leadership. Da
uno con quel medagliere, infatti, sarebbe lecito attendersi quantomeno un minimo di
supponenza, che risulterebbe però immediatamente perdonata o al limite tollerata. E
invece.
Chiunque lavori con lui gli riconosce senso della misura,
empatia, autorevolezza mai autoritaria, rispetto per l’altro, oltre che, ovviamente, competenza
tecnica. E’ un coro praticamente unanime e anche là dove la sua carriera si è
almeno in parte incagliata in ambienti con i quali non ha legato alla
perfezione – vedi Bayern Monaco e Napoli – nessuno si sognerebbe neanche lontanamente
di parlarne male.
Il secondo fatto ha a che fare con la politica e più
precisamente con la (il?) nostra (o?) premier. Persona che non faccio mistero di non stimare e non solo per ragioni ideali - le quali entro certi limiti non sono mai ragioni di disistima da parte mia - ma soprattutto perché la considero una persona
fondamentalmente sgradevole.
Si tratta, infatti, di una persona tendenzialmente arrogante, spesso ipocrita - in verità come molti politici - che utilizza la prepotenza verbale più che la ragione, artatamente e falsamente popolana - che non sarebbe di certo una cosa negativa se genuina e non ostentata - e nei fatti sostanzialmente disonesta intellettualmente.
E’ un punto di vista personale - me ne rendo conto - e anche
minoritario nell’Italia di oggi, ma un presidente del consiglio che in veste
istituzionale si presenta come “quella stronza” o che urla a perdifiato nei
confronti della sua controparte, rappresenta la quintessenza di quello che per
me è uno stile di leadership negativo e tossico, anche se purtroppo decisamente
in voga.
Ancelotti, in qualità di allenatore del Milan, è stato per
molti anni dipendente di Silvio Berlusconi e, nonostante non rientrasse tra i
suoi doveri lavorativi, lo ha sostenuto politicamente più o meno apertamente in
più di un’occasione, ma non per questo perde ai miei occhi il valore del suo
esempio.
Si può essere, infatti, indifferentemente di destra, di sinistra o di centro ed allo stesso tempo persone educate, rispettose degli altri e comunque leader ascoltati, seguiti e di successo.

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