La scoperta dell'acqua calda


Dice La Russa, a commento delle ultime elezioni amministrative, che il ballottaggio favorisce il centrosinistra e che dunque si deve riformare questo diabolico (l'aggettivo è il mio) meccanismo che, tra l'altro, ha il sinistro sottoprodotto di aumentare l'astensione (questa invece è sua).

Sul punto di potrebbe discutere a lungo, ma non sul fatto che il ballottaggio aumenti l'astensione, che è quasi un'ovvietà di questi tempi. Perché riguardo alla legge elettorale dei sindaci dei comuni sopra i quindicimila abitanti una cosa a mio avviso è lampante: si tratta dell'ultimo residuo di quella stagione di riforme - in parte controversa, in altra, maggioritaria, luminosa - che dopo Tangentopoli portò a livello di enti locali una ventata di democrazia ed efficienza, cose che insieme non stanno davvero quasi mai bene. 

Il doppio turno, nei fatti, serve a dare maggiore legittimazione ad un sindaco (e alla sua giunta) in un quadro di poteri davvero straordinari, soprattutto se confrontati con qualunque altro organo esecutivo in un regime democratico. Immaginatevi di avere un sindaco eletto col 35% dei voti - circostanza davvero facile a realizzarsi in un qualsiasi primo turno - che gestisce con pienezza di poteri e una marcatissima autonomia dall'organo assembleare corrispettivo - vale a dir il consiglio comunale. 

Si tratta dunque di un plus di legittimazione quello apportato dal secondo turno, che rende più stabile e forte il governo che ne consegue: un meccanismo talmente ben ponderato che qualcuno voleva addirittura utilizzarlo per l'elezione del primo ministro e del governo, non fosse che  il nostro sistema costituzionale forse necessiterebbe prima di un'aggiustatina in senso semi-presidenziale, nel caso. 

Comunque, per me sta bene così come sta - vale a dire che è un ottimo sistema per eleggere dei sindaci, non il governo del paese - ma il fatto che la critica al sistema venga da destra un po' mi stupisce e un po' no. 

Stupisce perché si tratta di un meccanismo che premia l'efficienza decisionale, promuove un modello di governance votato all'operatività e che limita di molto le prerogative dell'organo assembleare, mantenendo però un alto livello di legittimazione proprio attraverso il doppio turno. 

Non stupisce perché forse a destra piacciono modelli ancora più spicci. Ma anche perché l'analisi del voto sottesa a queste conclusioni porta ad un'evidenza che da quelle parti non piace e che, al momento, rimane ben celata dietro le cortine fumogene dei provvedimenti identitari e della narrazione dei poteri forti che remano contro. 

Si tratta della natura stessa dell'attuale coalizione che governa l'Italia in questo momento: un raggruppamento apparentemente coeso, composto in realtà da soggetti che la pensano diversamente su molte cose ma che, in nome della conquista del potere è riuscito, almeno per ora, a bypassare il tema delle diversità coagulandosi in una maggioranza relativa ma compatta, al cospetto della quale il resto delle forze politiche, sebbene numericamente superiori, non riescono a fornire una risposta di coalizione altrettanto efficace. 

E allora, quello che salta agli occhi, è che lo schema della minoranza attiva funziona bene in un sistema proporzionale dove la maggioranza residuale non ha né la voglia né, soprattutto, l'opportunità di riaggregarsi in un ipotetico secondo turno. 

Ma anche il fatto che l'attuale base elettorale del governo Meloni non ha prospettive di allargamento, almeno per ora, rappresentando quella che da sempre è l'area di centro destra da che la prima repubblica è finita: più o meno tra il 40% e il 45% dell'elettorato, con oscillazioni periodiche che non vanno quasi mai oltre questa forbice. 

La riprova è nelle recente elezioni europee: a fronte di un grande risultato in termini percentuali, la coalizione di centro destra ha perso consensi in termini assoluti rispetto alle politiche, contrariamente a quanto avvenuto per PD e AVS. Certo, anche qui ci si è ritrovati sostanzialmente di fronte a dei rimescolamenti interni, ma il dato non cambia: il centrodestra, nei numeri, rimane una minoranza e, in quanto tale, quando gioca sui 180 minuti è facile che perda la partita.  

Che è un po' come scoprire l'acqua calda, o che La Russa è tanto furbo quanto di destra. 

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