Quello che non ci hanno mai detto sul 25 aprile
Qualche anno fa - ero già grandicello, a dire il vero - dopo anni di ripetute insistenze da parte di mia moglie, andai finalmente a visitare il Museo Storico della Liberazione in via Tasso, a Roma.
La mia resistenza a quella visita - durata molti anni - era dovuta alla convinzione di non avere alcun bisogno di intristirmi davanti a qualche foto ingiallita: io della Resistenza e della Liberazione pensavo di sapere già tutto.
In effetti, sin da bambino - cresciuto in una famiglia dove si militava e si votava PCI - la storia del 25 aprile e di ciò che l'aveva preceduto mi erano arcinote. Avevo pure partecipato a diversi cortei - per uno ero arrivato addirittura a Milano - in mezzo a bandiere rosse e canti che spaziavano da "Bella Ciao!" a "El pueblo unido".
In verità, qualche dubbio su quell'epica iniziò a venirmi durante e dopo la lettura de "Il partigiano Johnny". Al tempo, avevo forse ventisei o ventisette anni - dunque in piena fase di disincanto - derubricai il tutto ad inevitabile demitizzazione che tocca ad ogni avvenimento nel quale sono coinvolti degli esseri umani. Ma la questione iniziava ad assumere connotati di complessa trasversalità che, tuttavia, continuavano a sfuggirmi nel loro insieme.
Infine, nel 2018 o nel 2019, non ricordo bene, la visita in via Tasso. Ci andai con lo spirito del "va beh, levamose sto dente e facciamola contenta", ma dovetti ricredermi quasi subito. Il museo, infatti, al di là dei cimeli e delle ricostruzioni degli ambienti - sono gli stessi luoghi ove le SS rinchiudevano e torturavano i partigiani romani - trasmette un messaggio di una potenza inaudita.
Vedere, infatti, le testimonianze e conoscere le storie di operai, militari, alti ufficiali, prelati di ogni ordine e grado, nobili, carrettieri, studenti, artigiani, commercianti e bottegai e chi più ne ha più ne metta, tutti disposti a mettere in gioco la loro sicurezza, la loro vita e le loro esistenze più o meno agiate, per scacciare da Roma e dall'Italia l'occupante nazifascista, oltre a commuovermi, mi aprì definitivamente gli occhi sugli enormi errori commessi dopo questa grande, grandissima pagina di storia italiana.
Quello che mi stordì, salendo pian piano come il giramento di testa e il senso di appannamento che annunciano l'arrivo di un'influenza, fu comprendere da elementi fattuali - dalle storie delle singole persone che vedevo riprodotte in foto in cui sfoggiavano alte uniformi o abiti talari, umili stracci o divise da controllori del tram - che la Resistenza fu un movimento vasto, eterogeneo e capillare, che interessò trasversalmente tutta la società italiana non fascista senza distinzione alcuna.
Di questa unità eroica, in questa veste sì davvero epica, ci dimenticammo appena qualche anno dopo la riconquista della libertà. Da un lato venne tollerata la formazione di una forza post-fascista in funzione di contenimento, non solo politico, del più forte partito comunista dell'occidente; dall'altro, quasi in automatico, vi fu l'impropria appropriazione di una ricorrenza, della storia che l'aveva partorita e con essa di un bagaglio di valori che, invece, dovevano appartenere a tutti, perché tutti - tranne i fascisti - avevano concorso a conquistare la possibilità di farne il fondamento della nostra comunità.
Quella forza politica, il MSI, fu usata come esercito di riserva da schierare nella guerra civile che si sarebbe scatenata nel caso qualcuno, da fuori, avesse bussato alla porta dell'Italia per fare la rivoluzione rossa. Ci si rese conto ben presto - sin dall'attentato a Togliatti - che questa era un'eventualità piuttosto remota, ma quei 1/2 milioni di voti tornavano comunque utili congelati, com'erano quelli comunisti, in un contrafforte politico che serviva a facilitare l'instaurazione di un equilibrio politico-istituzionale dove le maggioranze di governo dovevano in tal modo fare perno giocoforza sempre su un solo partito.
Da qui la reazione, è proprio il caso di dirlo, di chi dall'altra parte provava ad attaccarsi a ciò che rimaneva a disposizione: la presunta superiorità morale e l'egemonia culturale, divenute col tempo la scusa per la parte conservatrice - e maggioritaria, occorre riconoscerlo - del nostro paese per distaccarsi dai riti del ricordo della Resistenza e della Liberazione, da cui si alienarono non per convinzione politica ma, anche loro, per reazione ad un'indebita appropriazione.
Oggi i fascitelli in Italia ci sono ancora, ma in realtà sono pochi e pure codardi. Il problema vero è che la loro retorica della pari dignità dei morti trova sponda in una parte consistente della società, che oggi vota FDI per carenza di alternative, perché è stata abituata, da una propaganda ambo i lati spesso in malafede, al fatto che la Resistenza e la Liberazione furono movimenti e fatti altamente sopravvalutati e appannaggio delle sole Brigate Garibaldi.
Niente di più falso, purtroppo e per fortuna. Basta andare a fare una visita al museo di via Tasso per rendersi conto di quanto ci è stato sottratto come patrimonio comune di tutti gli italiani e di quanto non ci dicono davvero sul 25 aprile.
In foto, il manifesto fatto affiggere dal Ministero della Difesa per il 25 aprile 2024.

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