Il valore del mio tempo


Come molti della mia generazione, la mia giornata tipo è scandita essenzialmente dagli impegni di lavoro e tutto il resto in funzione ancillare. Ho premesso il dato generazionale non a caso. Siamo quelli che il mito del lavoro e poi del "successo" - senza ben sapere questa parola quale significato abbia davvero - ce lo abbiamo inciso nel DNA.

Del resto, per noi l'eco della durezza della vita del lavoro nei campi era ancora ben tangibile - la stragrande maggioranza, se non la totalità, dei nostri nonni proveniva da lì - e si contrapponeva in maniera fortissima alle prime, reali e più o meno generalizzate possibilità di scalata sociale messe a nostra disposizione, con tutto il carico di aspettative connesse che spingeva inevitabilmente su di noi.

Ricordo perfettamente mio padre - che pure una laurea se l'era presa, a denti stretti e a pancia vuota - che davanti alla mia pigrizia negli studi mi ammoniva ricordandomi il suo vissuto, quando avere o non avere un paio di scarpe decideva se una volta l'anno potevi o meno accettare l'invito a mangiare il gelato coi "signori" e i loro figli, che la costituzione repubblicana aveva fatto diventare da un giorno all'altro suoi inattesi compagni di scuola.

Sebbene a quei tempi fossi un perfetto cretino, percepivo che dietro le aspettative del figlio di due persone umilissime e che si era laureato pagandosi gli studi facendo il guardiano delle galline, ci fosse qualcosa di più grande di me a cui dovevo del rispetto automatico. Pur senza capire appieno, studiare qualcosa di completamente avulso dalle mie inclinazioni e provare a "fare strada" nella vita era un must dal quale non sarei riuscito ad affrancarmi. 

Dopo di noi, le cose sono progressivamente cambiate. I ragazzi studiano meno volentieri nelle facoltà che danno sbocchi di lavoro sicuri, seguono maggiormente le loro passioni, non accettano più di sacrificare il loro tempo libero "a tempo indeterminato", cercano lavori che permettono di avere una vita privata, non pensano affatto che sia necessario fare gavetta per arrivare in alto, semplicemente perché a quei prezzi non gli interessa. 

Hanno di fronte a loro le nostre vite, i nostri stress, le nostre ansie e i nostri sogni di liberazione da impegni sempre urgenti e come noi un tempo guardavamo ai nostri genitori e alle loro aspettative, lo stesso fanno oggi loro, con esiti forse non del tutto inaspettati.

Non so se sia giusto o sbagliato. Non ho gli strumenti per giudicare. Ci sono troppe cose che mi dividono da queste generazioni - all'interno delle quali ci sono ancora, occorre essere onesti, minoranze via via sempre più sparute di persone con la mia stessa inclinazione - e non voglio cadere nel classico tranello generazionale del "sono tutti scapestrati che non hanno voglia di faticare". 

E però di recente ho iniziato ad avere qualche ritorno indiretto di questo fenomeno, legato come sempre all'esperienza personale. Nel corso della settimana, passo la quasi totalità della giornata fuori casa e nei week-end si accumulano così tante cose da fare che il tempo esclusivo che riesco a dedicare a mia figlia è sempre un ritaglio troppo piccolo rispetto a quello che vorrei. 

Ma quando riesco a prendermi qualche giorno di vacanza o, come in questi giorni, sono costretto a casa da una brutta bronchite, mi rendo conto di quanto prezioso sia il tempo trascorso insieme. Di quanto quei momenti in cui non ci sono pressioni e stanchezza a limitare il nostro rapporto siano necessari a me come a lei, con la stessa profonda e istintiva incoscienza che ci rende indispensabile respirare o abbracciare le persone care. 

E d'un tratto mi rendo conto di quanto tempo ho "sprecato" nella mia vita e come solo quelle poche ore rubate abbiano davvero un senso pieno nella mia e nella sua esistenza. O forse di come avrei dovuto meglio ponderare le priorità che scandiscono il mio tempo. Sì, forse esagero, come ho esagerato negli anni a dedicarmi troppo ad alcune cose e poco ad altre. Ma forse non è troppo tardi per provare a  dare davvero il giusto valore al mio tempo.

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