La visione mediterranea di Meloni e quello che manca
Il recente succedersi di una serie di avvenimenti, quali l'incarico affidato alla nostra marina di guidare le forze marittime nelle operazioni a difesa della navigazione commerciale nel Mar Rosso e, prima ancora, l'incontro tenutosi a Roma per la presentazione ai paesi africani del c.d. "piano Mattei", evidenzia un attivismo nel quadrante del Mediterraneo "allargato" da parte del governo Meloni che merita qualche riflessione.
Qualche tempo fa avevo scritto che per pensare di governare i flussi migratori, la prima cosa da fare fosse quella di tornare a contare nelle zone dove questi iniziano e poi transitano. Inutili e controproducenti, infatti, ritengo siano le operazioni "stile Salvini" - buone sì a conquistare consenso a breve termine, ma nella sostanza completamente inefficaci con riferimento all'obiettivo.
Pur nell'episodicità del comando militare - assegnato più per ragioni di tenuta della coalizione che per reale peso politico-militare - e nel velleitarismo dell'altisonante ma nei fatti vuota iniziativa diplomatica verso il continente africano, è da sottolineare come, però, il governo Meloni abbia chiaro quale sia il ruolo che l'Italia può avere nello scacchiere internazionale e, in definitiva, quale sia l'area geografica sulla quale concentrare gli sforzi al fine di esercitare una qualche forma di reale influenza.
Parliamoci chiaramente: fuori dalla Nato e dall'Unione Europea contiamo davvero poco. E, infatti, il comando delle operazioni in Mar Rosso discende, oltre che dalle indubbie capacità e dall'elevato livello degli ufficiali della nostra marina militare, soprattutto dall'affiliazione al club nordatlantico, mentre il piano Mattei, senza i soldi dell'Europa e l'avvallo politico degli USA è nei fatti una conchiglia vuota.
Ma è anche vero che, finalmente, c'è un governo che ha capito quali sono i punti - non direi di forza ma piuttosto di minore debolezza - su cui il nostro paese può far leva e, in definitiva, quale sia il nostro vero scenario di riferimento, vale a dire il Mediterraneo, magari allargato (ovvero comprensivo di Mar Nero e Mar Rosso), dal quale siamo colpevolmente assenti dagli anni delle c.d. primavere arabe, inseguendo gli strapuntini più o meno rilevanti di potere nella mittleuropa dove per noi di spazio ce n'è poco e di considerazione anche meno.
Tante sono le questioni di principio che mi dividono da Meloni: dall'arcaica e restrittiva visione sui diritti civili, all'allergia per la dialettica democratica, passando per l'ipocrita e reiterata denuncia di presunti complotti ai danni del suo governo, invero scadente nei profili e nei personaggi, che sono quelli da cui deve realmente guardarsi. E mi fermo, perché la lista sarebbe lunga.
Ma la visione sulle potenzialità della reale capacità di proiezione del nostro paese e, soprattutto, su dove esercitarla, è senza dubbio chiara e condivisibile. Per alzarmi e stringerle idealmente la mano, però, manca ancora all'appello un pezzo importante. Perché quella lucida visione, anche di potenza, rimane monca se volta a fare dell'Italia il confine meridionale e invalicabile del mondo occidentale.
Aprire ad uno spazio - del quale si comprende la centralità per il destino del nostro paese - e spendere energie e risorse per provare a influire su di esso con l'obiettivo di sterilizzarlo è folle. E' come se, per assurdo, l'attivismo per mantenere aperta la rotta di Suez, che rende centrale il Mediterraneo e in tal modo l'Italia, fosse indirizzato alla sua chiusura dopo averne riconquistato il pieno controllo!
Se davvero l'Italia vuole diventare la media-potenza regionale che ragionevolmente può aspirare ad essere, la sponda africana non può assurgere a mero e in tal modo costoso presidio di sicurezza in conto terzi - in sostanza tutta l'impaurita UE che rimane al di là delle Alpi - ma deve diventare il serbatoio di risorse - umane, materiali ed ideali - a cui agganciare la rinascita del nostro paese e di tutta la sponda meridionale dell'Unione, facendolo diventare davvero la piattaforma da cui ristabilire gli equilibri nell'area e, in prospettiva, non solo quelli.
Detto fuor di metafora, è sicuramente più complicato promuovere una vera politica di assimilazione e crescita dell'area mediterranea piuttosto che fare i doganieri per Francia e Germania, nell'illusione di bloccare i flussi migratori verso l'Italia. Ma nel lungo periodo è sicuramente l'opzione più remunerativa e meno costosa.

Commenti
Posta un commento