Il prezzo della tessera del club
Nella giornata di ieri è stato definito il costo del rinnovo della tessera per l'affiliazione al club Euro. Il "patto di stabilità", l'incubo che negli ultimi decenni ha infestato le notti dei nostri governi, è stato riformato dall'Econif, ratificando nella sostanza quanto i capi di stato e di governo dei paesi avevano concordato nei giorni precedenti.
Per l'Italia si è trattato di un "prendere o prendere": le nuove regole di bilancio e di rientro del debito fissate dall'accordo franco-tedesco ci sono state, infatti, presentate in termini di uno pseudo "aut aut", non avendo il nostro paese alcun margine di scelta, né politico, né men che mai finanziario.
Sul fronte politico, infatti, c'è ben poco da spiegare: la logica dei pugni sul tavolo, la pacchia è finita, l'irrigidimento dei rapporti con la Francia, la mancata ratifica del MES da spendere come presunta moneta di scambio e in sintesi, l'illusione che l'Italia possa pensare di dare le carte a certi tavoli - o anche solo di darle, in generale - porta inevitabilmente alla marginalizzazione e alla sostanziale irrilevanza nella definizione delle questioni, anche le più irrilevanti, figuriamoci quelle che contano.
Certo, l'alternativa sarebbe stata quella di fare da reggi-candelabro all'intesa franco-tedesca, ma anche solo sedersi nella stanza dove si decide - e quindi mantenere almeno una dignità di facciata e magari portare a casa anche qualche minimo aggiustamento di favore - può essere meglio del sentirsi dire "fate come vi pare, tanto a voi ci pensano i mercati".
Perché è sul piano finanziario che siamo ricattabili. Come mosche in un barattolo di vetro, la via d'uscita è solo un'illusione: anche negli anni di cospicui avanzi primari, infatti, il nostro bilancio chiude in deficit a causa della corposa spesa per interessi che paghiamo per onorare il servizio del debito; a sua volta quel deficit, per essere finanziato, ha bisogno di debito aggiuntivo rispetto a quello esistente e questo non fa altro che aumentare ulteriormente la spesa per interessi, contribuendo a farci precipitare sempre di più nel vortice "più debito, più deficit, più debito" dal quale non riusciamo ad uscire.
Questa traiettoria a cui siamo avvitati da anni e che in sostanza sui mercati finanziari ci fa comportare come dei Bernie Madoff ma con un esposizione cinquanta volte tanto, fa sì che la felpa dell'Euro e il sistema di regole che comporta il poterla indossare siano per noi assolutamente imprescindibili. L'alternativa sarebbe una situazione più o meno simile a quella argentina - tassi e inflazione alle stelle, bilancio pubblico in bancarotta, metà della popolazione sotto la soglia di povertà - e dio ce ne scampi.
Dunque, da quanto precede ecco servito su un piatto d'argento, a chi ci aveva creduto, un bel palo nel didietro quanto a "flat-tax", superamento della Fornero e altre allegre menate di fanta-finanza pubblica. Nei prossimi anni si annunciano manovre di rientro, deficit risicatissimi e tanti tagli da fare, altro che regali.
In sostanza, mettetevi l'anima in pace e godetevi, invece, l'obbligo di presepe nelle scuole, il reato di "rave" e le conferenze del generale Vannacci col patrocinio pubblico (almeno ad Anagni) che di questi tempi è grasso che cola. Per il futuro, qualche arretramento di stampo vaticanista, come l'obbligo di auscultazione del battito del feto prima dell'interruzione di gravidanza, ma tutto il resto ve lo potete dimenticare.
Rimangono però un paio di osservazioni.
La prima: chi si illudeva che i post-fascisti avrebbero fatto il sassolino nell'ingranaggio che alla lunga fa saltare il sistema, si è sbagliato di grosso. Sul piano delle questioni che contano - sostanziale posizione nell'UE e nella NATO - siamo sulla linea Draghi, magari coatta (la linea, eh!) ma pur sempre di quello si tratta.
A questo punto come non rimpiangere il molto più sovversivo e allegro duo Salvini-Di Maio, che ai tempi del giallo-verde Conte-1 con la sigla del protocollo della Via della Seta, la legge di bilancio 2019 e l'occhiolino strizzato ai gilet gialli ci avevano fatto sognare un futuro da repubblica delle banane nell'orbita della Cina.
La seconda: ma vale la pena continuare ad agitarsi e dimenarsi quando in quel posto te lo mettono comunque? Un salace adagio in queste situazioni raccomanda di mantenere la calma, perché a muoversi ci guadagna solo chi ti ha fatto lo scherzetto. Fuor di metafora: forse è meglio gettare la maschera e acconciarsi alla realpolitik che impone la nostra inesistente autonomia.
Resta da ratificare il MES. Il voto contrario di oggi del parlamento - oltre che una ripicca da asilo Mariuccia - pare proprio un espediente per far credere che l'Italia non molla, nonostante l'ennesima chinata di capo ai ben più furbi cuginetti d'oltralpe, che quando serve ai loro interessi sanno mettere da parte la grandeur e ogni pregiudizio anti-tedesco, in combutta con i suddetti drittoni teutonici, che quando serve sanno a chi debbono fare qualche concessione. Non a noi stavolta, vista la gestione poco oculata del nostro già scarso peso nel consesso dei paesi che contano.
E allora viene da chiedersi se forse, in fondo in fondo, valga la pena pagare così tanto la tessera del club se per fare i duri come piace al nostro machissimo premier si finisce a fare la figura degli scemi. Certo, questo canovaccio vellica l'elettore mediano - che ai giorni nostri ha tanta voglia di destra ma senza farsi troppe domande - e tiene in piedi una coalizione molto eterogenea, ma è chiaro che la commedia non potrà continuare all'infinito.
Tutto ciò potrebbe avere una svolta a valle delle prossime elezioni europee, quando Meloni, per non rimanere nuovamente fuori dall'Europa che conta, potrebbe lasciare il gruppo dei conservatori europei per aggregarsi al carrozzone che rieleggerà Von der Layen o, ancora meglio, manderà Draghi alla guida della Commissione Europea.
A quel punto, forse, il prezzo della tessera sarà servito a qualcosa.

Commenti
Posta un commento