Prepariamoci al peggio




Per anni ho sostenuto con fede cieca la battaglia palestinese: troppo facile e troppo ovvio chi avesse ragione agli occhi di un ragazzo imbevuto di ideologia e purezza. Erano gli anni della prima e poi, soprattutto, della seconda Intifada, quando agli ardori adolescenziali avevo sostituito l'intellettualismo dello studente universitario.  

Ma proprio alla fine di quel periodo iniziai a studiare con attenzione la genesi di Israele e le guerre che ne seguirono e a comprendere, non solo con riferimento a quella disputa ma anche in termini generali, che se c'è una guerra che dura decenni difficilmente c'è solo un colpevole. 

Ad oggi oscillo tra opposte posizioni. 

Da un lato non c'è dubbio che gli arabi abbiano da recriminare sulla loro situazione e ritengo le loro aspirazioni all'indipendenza e alla sovranità giuste e legittime. Anche se, al loro posto, farei qualche riflessione in più sulle leadership che hanno espresso nel corso degli anni e se queste abbiano davvero fatto gli interessi della causa palestinese. E, se è vera la teoria che dietro ad ogni leader c'è per forza una maggioranza silenziosa che lo sostiene - anche e soprattutto nei regimi autoritari - una domanda sulla quota di responsabilità della situazione oggettivamente critica che si trovano a vivere me la farei. 

Dall'altro, pur non avendo mai amato Israele, oggi ne comprendo appieno le ragioni. E so anche che Israele non è un blocco monolitico piantato per caso in mezzo alla vita dei palestinesi, ma un coacervo di culture, aspettative, sensibilità e visioni del mondo diverse tra loro ma tutte dotate di continuità storica con quel territorio, nei confronti delle quali un approccio politico e non solo militare e, soprattutto, non pervaso da corruzione e fanatismo, potrebbe produrre condizioni di vita oggettivamente migliori anche per gli arabi.

E' evidente, infatti, che quanto accaduto la scorsa settimana si inquadri in una logica tutta verticistica e a vantaggio delle élite estremiste palestinesi e sia diretta conseguenza dell'equilibrio oggettivamente ingiusto e orami bloccato da anni in cui versa la regione e dell'accerchiamento che si sta chiudendo proprio intorno alla frangia palestinese più irriducibile, che nella distensione dei rapporti tra Iran e Arabia Saudita e nelle trattative per l'ufficializzazione di rapporti diplomatici tra quest'ultima e Israele vede il prosciugamento dello spazio in cui continuare ad operare. 

E allora, al di là della condanna senza se e senza ma all'aggressione e all'uccisione di civili inermi e completamente estranei alle logiche del conflitto, la domanda da porsi è una sola: era una buona battaglia quella che stavano combattendo Hamas e i suoi accoliti prima delle brutalità perpetrate lo scorso week-end? Oppure forse proprio l'irriducibile posizione di quest'ultima era da considerarsi la ragione dell'isolamento fisico e politico di Gaza che conduce inevitabilmente alla sua condizione di arretratezza e povertà?  

E' inutile nascondersi dietro la foglia di fico della corruzione e dell'appeasement dell'ANP verso Israele per giustificare il radicalismo nella Striscia. Gaza e la sua popolazione stremata sono con tutta evidenza strumenti di ricatto che una leadership irresponsabile utilizza per pesare nelle trattative al cui tavolo  orami non sono più ospiti graditi e che, anzi, tentano di rovesciare ogni volta.

Lo stesso mantra della costruzione di uno stato palestinese indipendente nei confini del 1967 è un qualcosa che - muovendo da queste posizioni e con questa postura radicale - sa di propaganda che persegue la logica dello scontro: chi, infatti, in Israele potrebbe essere a favore della costituzione di uno stato che un minuto dopo la sua proclamazione dichiarerebbe guerra al vicino che gli ha concesso sovranità? 
  
Chi sostiene ciò e lo fa dalle posizioni attuali sta oggettivamente affermando che vuole distruggere Israele, che poi è ciò che predica apertamente l'Iran. E in queste condizioni la persona che pure sostiene merito e legittimità delle aspirazioni all'indipendenza e all'autodeterminazione dei palestinesi non può far altro che concludere per la mala fede di chi vuole raggiungere tale obiettivo con i mezzi che sta utilizzando.

Tirata questa seppur sommaria prima linea di ragionamento, occorre ora capire cosa fare. Non serve essere indovini per vaticinare una scontata e violenta reazione di Israele. Ma è proprio questo ciò di cui si ha bisogno ora?

So di essere ingenuo mentre lo scrivo ma, anche a causa dell'elevato numero di ostaggi nelle mani di Hamas che rischiano una fine orribile, una volta ripristinati ordine e sicurezza ai confini della Striscia, Israele dovrebbe chiedersi se davvero un'azione militare a Gaza sia la soluzione al problema o, invece molto più probabilmente, l'innesco di una spirale di violenza alla quale alcuni - Hezbollah e Iran in primis - non vedono l'ora di partecipare fattivamente. 

Con il risultato di portare nuova linfa alle posizioni incendiarie di chi ha come unica piattaforma di pseudo-negoziazione la cancellazione di Israele dalle carte geografiche e non la creazione delle condizioni di reciproca sicurezza in cui sia possibile avere due stati indipendenti e non belligeranti. Con il non secondario corollario di avvicinare sempre più nell'immediato lo scoppio di una guerra regionale che non è difficile immaginare possa avere altri e più tragici sviluppi.

Ci vorrebbe tanta buona volontà che purtroppo non scorgo nei protagonisti della vicenda. Prepariamoci al peggio.

 



Commenti

Post popolari in questo blog

Perché ha ancora senso parlare di fascismo (e di antifascismo)

Alla prossima

La prospettiva della storia e quella della cronaca