Il vero vincitore


Sono ormai tre settimane che imperversa la guerra di Gaza - perché di guerra a tutti gli effetti si tratta - e ancora non se ne intravede la fine. Anzi, contrariamente a quanto accaduto nelle precedenti dispute arabo-israeliane - risolte nel volgere di poche settimane se non giorni - questa volta la battaglia si preannuncia lunga, sanguinosa e dall'esito assolutamente incerto. 

Nonostante ciò, si può dire sin d'ora che un vincitore c'è comunque, a prescindere da quello che sarà l'esito effettivo dello scontro, e questo vincitore non è né israeliano né arabo-sunnita. E', infatti, persiano e sciita e non è un grande amico di nessuno dei due contendenti: l'Iran. 

Per comprenderlo occorre riavvolgere il nastro a prima dell'inizio delle ostilità. Israele, infatti, che già vantava da anni buoni rapporti con alcuni dei suoi vicini arabi - Egitto e Giordania - stava riuscendo nell'intento di allacciare relazioni diplomatiche con il più importante degli stati della zona, vale a dire l'Arabia Saudita, operazione dalla cui riuscita sarebbero scaturiti a cascata altri cospicui benefici politico-diplomatici e militari, funzionali alla messa in sicurezza dei confini e in definitiva al tema cruciale dello stato israeliano: la sua esistenza.

La ragione di questo avvicinamento non è da rinvenirsi in un'improvviso ravvedimento da parte dei sauditi, ma in un percorso di progressiva presa di coscienza - insieme alla maggioranza degli altri stati arabi della zona - che l'Iran stava divenendo sempre più pericoloso e aggressivo e necessitava di un contenimento che facesse perno su un'alleanza - quanto formalizzata rimaneva tutto da vedere - centrata proprio su Israele e la sua indiscussa primazia tecnologico-militare e in seconda battuta sull'appoggio a quest'ultima assicurato dagli USA.

In sostanza uno scambio, un do ut des, che vedeva tutte le parti coinvolte guadagnare qualcosa in termini di sicurezza e peso nell'area. Tutte tranne una, che ovviamente non è stata a guardare. 

L'Iran, infatti, che a sua volta vedeva tale raggruppamento in funzione anti-persiana come una minaccia, non ha indugiato e, anzi, leggendo in anticipo gli eventi ha pianificato per tempo una contromossa che spostasse la prima linea di difesa ben distante dal suo territorio e centrata, invece, proprio sui confini del suo nemico giurato - è bene ricordarlo, più per ragioni strategiche che etnico-religiose - vale a dire Israele, scatenandogli in casa una guerra per procura capace di sovvertire in un batter d'occhio l'inerzia dei fatti a proprio favore. 

E' bene, infatti, ribadire che all'Iran della questione palestinese non interessa molto - per usare un eufemismo - non essendo gli iraniani di etnia araba ed essendo soprattutto musulmani di "confessione" sciita. Anzi, l'opinione pubblica iraniana - contrariamente a quella dei paesi arabi - è sostanzialmente indifferente ai problemi degli arabi di Gaza e Cisgiordania. 

Quello che invece interessa, e molto, all'Iran è incastrare Israele - il perno "visibile" in tutti i sensi, politico, religioso, etnico e territoriale, dell'alleanza anti-persiana in risposta all'attivismo iraniano in campo nucleare e nelle crisi regionali degli ultimi anni - in una guerra lunga e logorante,  combattuta da altri - Hamas per ora, più avanti forse Hezbollah - e soprattutto lontano dai suoi confini - Gaza ed eventualmente il confine libanese sono infatti parecchio distanti da Teheran - che avrà come risultato minimo quantomeno l'indebolimento del potere di deterrenza israeliano.  

Se poi come corollario di tutto ciò discende anche la dissoluzione di quel fronte di contenimento in funzione anti-iraniana che si stava imperniando intorno ad Israele - dissoluzione dovuta sostanzialmente alla reazione rabbiosa delle opinioni pubbliche dei paesi arabi alle atrocità della guerra di Gaza, che contrariamente alle loro leadership vedono Israele come il diavolo e adesso più che mai - possiamo dire che questa guerra rappresenta un successo strategico iraniano che rasenta il capolavoro.

Per tale ragione sono stati trucidati centinaia di civili israeliani e stanno ora morendo sotto le bombe migliaia di palestinesi innocenti. Ed in questo disegno - che è chiaro, evidente, sotto la luce del sole e per niente discutibile - la battaglia dei palestinesi altro non è che un mezzo attraverso cui attuare gli interessi di altri. Ma, soprattutto, mi pare chiaro che questa guerra, qualunque ne sia l'esito - che di certo non sarà la distruzione di Israele perché, per quanto controintuitivo, all'Iran interessa indebolirla pesantemente ma non distruggerla - di sicuro questo non sarà la costruzione del tanto desiderato stato palestinese.    

E dunque, alla domanda "a chi giova tutto ciò?", la risposta mi pare scontata. Non ad Hamas, che sta conducendo un'operazione sostanzialmente suicida per uscire dall'isolamento in cui versava sino a poche settimane fa. Non agli abitanti di Gaza, che sono usati come alibi e arma allo stesso tempo da Hamas stessa. Né, infine, alla causa palestinese, che purtroppo nemmeno a valle di questo passaggio cruento vedrà risolta la questione della costituzione del suo stato sovrano.  

  

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