Consigli per la serata
Era una sera di febbraio del 2000.
Complice la mitezza degli inverni romani e del calore dei funghi riscaldanti, stavo bevendo una birra seduto ai tavolini all'aperto di un pub a Campo de' Fiori che non so se c'è ancora, ma che al tempo occupava l'angolo adiacente a via dei Cappellari.
Ricordo che mi domandavo, tra lo stupito e l'interdetto, che diamine ci facessero due tizi in gonnellino e con in testa uno stranissimo baschetto adornato da pon-pon seduti poco lontano da me.
Non sapevo, ma l'avrei scoperto di lì a poco grazie al mio inglese reso magicamente fluido da un paio di pinte, che il giorno dopo ci sarebbe stato l'esordio dell'Italia contro la Scozia nel torneo di rugby più antico del mondo, che proprio quell'anno in virtù dell'ingresso della nostra nazionale aveva cambiato il suo nome da Cinque a Sei Nazioni.
Da quella sera nacque dapprima la curiosità e poi col tempo la passione per uno sport tanto singolare quanto affascinante, anche se a proposito del nostro ingresso nel torneo i più maliziosi sostengono - a volte non a torto - che inglesi, scozzesi, gallesi, irlandesi e francesi si fossero stufati di dover osservare a rotazione un turno di riposo a causa del numero dispari dei partecipanti e per questo ci fecero entrare in quanto prima forza del rugby continentale "minore".
In quell'esordio l'Italia vinse in maniera convincente, ma fu un fuoco di paglia. Già nel proseguo del torneo e poi negli anni a venire, a parte sporadiche soddisfazioni - soprattutto con la Scozia oltre a qualche episodica vittoria con le altre, eccezion fatta per gli odiosissimi inglesi, mai battuti - le sconfitte, spesso sonore, sono state di gran lunga superiori alle vittorie.
Eh già, perché se questo sport ha una prima particolarità è che la sua diffusione a macchia di leopardo, unita alla grande complessità e varietà tecnico-tattica del gioco - per chi non lo conosce, non si tratta di darsi mazzate a caso per contendersi un pallone - fanno sì che il livello delle nazionali sia piuttosto compartimentato e la c.d. "categoria" si faccia sentire e pure parecchio.
Nel mondo lo praticano quasi fosse una religione soprattutto le nazioni dell'emisfero australe: Nuova Zelanda su tutte - dove nei fatti si gioca solo a rugby - Sud Africa e Australia, sebbene con integralismo minore, e poi una sequela di nazioni oceaniche che sostanzialmente solo per il rugby sono conosciute nel mondo: Fiji, Samoa e Tonga. Poi ci sono l'Argentina e la nobiltà europea, composta dalle nazionali delle isole britanniche-irlandesi e la Francia.
Già il fatto che i grandi paesi dello sport (USA, Russia, Cina ma anche Germania e Spagna in Europa) siano di fatto periferici - mentre vantano una tradizione di un certo rilievo nazioni quali la Georgia, il Giappone, la Romania, il Portogallo o l'Uruguay - la dice lunga sulla diffusione della palla ovale nel mondo.
In Italia, poi, nonostante sia ormai uno sport conosciuto da tutti, il rugby si pratica diffusamente solo in una parte del nord-est (provincie di Parma/Piacenza, Mantova, Verona, Treviso, Rovigo) ed in alcune enclave ristrettissime (L'Aquila soprattutto, ma anche Genova, Milano e Roma e relativi dintorni hanno discrete tradizioni, in alcuni casi ormai purtroppo risalenti).
Tornando all'attualità, stasera si gioca la finale della Coppa del Mondo e guarda caso se la giocheranno i campioni del mondo in carica - il Sud Africa - e gli immancabili neozelandesi, che oltre a detenere insieme ai sudafricani il record di vittorie (tre) nella competizione iridata si sono sempre classificati almeno nei primi quattro eccezion fatta per l'edizione del 2007. Ieri sera, invece, i soliti inglesi - unici europei ad aver vinto un mondiale - si sono aggiudicati il terzo posto contro l'Argentina.
All'inizio del torneo i pronostici erano tutti per Francia e Irlanda, due squadre fortissime che avevano fatto vedere grandi cose nell'ultimo anno e che si affacciavano alla competizione iridata in vetta al ranking mondiale e invece sono uscite per mano delle due finaliste in due quarti di finale epici, giocati ad un livello di intensità agonistica e tecnica spaventosi, a riprova del fatto che la Coppa del Mondo è una competizione a sé stante e che il rugby australe ha una cifra fisico-tattica che lo rende superiore nelle competizioni "do or die" rispetto a quello europeo di vertice.
Io da una quindicina di anni vado regolarmente allo stadio per vedere almeno una delle partite del Sei Nazioni (febbraio/marzo) e i test-match (novembre) quando si giocano a Roma, ma di vittorie italiane ne ho viste poche. Nonostante ciò, continuo a godermi i primi accenni di primavera dagli spalti dell'Olimpico, anche se il ricordo del Flaminio stipato come una botte di alici sotto sale - dove si è giocato sino al 2011 e in cui ammirai un ormai declinante Johnny Wilkinson che comunque rifilò quattro calci tra i pali o la prima vittoria dell'Italia sulla Francia al Sei Nazioni che coincideva con l'ultima partita giocata in quello stadio dalla nazionale italiana di rugby - mi riempie il cuore di emozioni non ripetibili.
In questa Coppa del Mondo abbiamo fatto quanto nelle nostre possibilità: vittorie abbastanza larghe con Namibia e Uruguay e poi sconfitte pesanti con All Blacks e Francia, con le quali il confronto, soprattutto fisico ma non solo, è stato imbarazzante. Del resto il nostro movimento rugbistico ha numeri davvero ridotti, ancor di più se confrontati con quelli neozelandesi - dove tutti giocano praticamente solo a rugby - e quelli francesi dove il rugby conta ed è praticato se non più quantomeno come il calcio.
Eppure c'era chi sperava in qualcosa di più. Lecito sognarlo dopo due anni di buone prestazioni (tra le quali la vittoria con l'Australia che ha ridotto a due il numero di nazionali con le quali non abbiamo mai vinto, vale a dire All Blacks e Inghilterra), ma i quarti di finale - mai raggiunti e solo sfiorati nel 2007 - rimangono un tabù.
Io stasera mi metto davanti alla TV con un paio di birre per godermi questa finalona da paura. Certo, per chi non conosce il gioco e le sue regole invero un filo complicate può non essere ugualmente appagante, ma vi consiglio di darci almeno un'occhiata, lo spettacolo è assicurato.

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