Migrazioni, una questione di priorità



Fare un post sulla questione migranti, tornata prepotentemente alla ribalta nelle ultime settimane, è complicato, ma voglio comunque provarci impostandolo su una base quanto più raziocinante possibile. 

Partiamo dal dato "umanitario". Credo che sul punto ci sia poco da dire: finché i barchini continueranno a partire, le persone andranno salvate secondo il diritto del mare e, una volta arrivate a terra, trattate secondo le convenzioni internazionali. Questo mi pare il minimo per sedermi a parlare con chiunque.

Si può e si dovrebbe, invece, discutere se sia un bene il fatto che questo fenomeno continui. In questo post, tuttavia, non lo farò e darò invece per scontato che l'arrivo di migranti in Italia sia un male da evitare in tutti i modi, che pare essere la tesi prevalente un po' ovunque, quanto meno perché funziona molto bene a fini elettorali. 

Fissato l'obiettivo, occorre quindi chiedersi cosa fare affinché venga raggiunto nel contesto dato e se quello che si sta facendo sia adeguato e vada nella giusta direzione.

Arrivati a questo punto, però, qualche paletto occorre metterlo. Io, per parte mia, sono convinto che il fenomeno delle migrazioni sia qualcosa di connaturato al raggiungimento degli equilibri sociali, economici e demografici del mondo e che dunque nel breve periodo gli strumenti per limitarne la portata siano praticamente inesistenti. Si tratta in definitiva di movimenti difficilmente controllabili, a meno che non ci si metta a lavorare con visione di lungo periodo sulle variabili primarie che li determinano.

Dunque, le migrazioni possono essere gestite solo con azioni di ampio respiro dalle quali non attendersi un rientro immediato, quali sono ad esempio la promozione dello sviluppo socio-economico nei paesi di partenza, la stipula di accordi stabili e mutuamente convenienti per la gestione dei flussi regolari e dei rimpatri, la promozione di una efficace politica di influenza verso il c.d. "estero vicino" e, soprattutto, il controllo effettivo delle direttrici sui cui si sviluppano o si possono sviluppare i flussi, che nel nostro caso sono il mare del canale di Sicilia e le rotte transahariane. 

Al momento, occorre essere onesti, non c'è niente di tutto ciò, né in corso né in embrione. L'Italia e l'Europa intera, infatti, partecipano più o meno apertamente allo sfruttamento di stampo neocoloniale dei paesi di provenienza dei migranti - preoccupandosi poco o niente dello sviluppo locale - promuovono accordi estemporanei basati sulla spinta dell'emergenza, sono praticamente assenti nei quadranti regionali di riferimento in termini di influenza politica e militare - prevalendo un approccio sostanzialmente economicista - e lasciano di conseguenza campo libero e predominio a nuovi attori pronti a riempire il vuoto di potere, ovvero Turchia, Russia e Cina.

È chiaro che in un quadro simile i migranti arrivino a palate, spinti sia dalle loro personali aspettative di un futuro migliore che dagli interessi di quegli attori che, alternativamente o concordemente, vogliono destabilizzare il proprio avversario (Russia), far pesare maggiormente la propria influenza (Cina e Turchia) - spesso pagata a suon di soldati morti in battaglia (Russia e Turchia) o di interventi infrastrutturali particolarmente dispendiosi (Cina) - o semplicemente alzare il prezzo della propria collaborazione (i paesi africani coinvolti).

Del resto, fin quando Francia e Italia esercitavano una qualche influenza sul quadrante magrebino i flussi  erano gestiti - anche se a fatica - e il ruolo di frontiera assorbente che oggi l'Italia svolge a favore del resto d'Europa era invece assolto da quei paesi - Marocco, Libia, Tunisia e Algeria - che volenti o nolenti subivano fascino, potere e pressione dei referenti europei.

Il problema è che dopo le c.d. "primavere arabe" al posto delle già comunque declinanti influenze italiane e francesi, si sono insediati russi e turchi, non solo in termini di influenza ma anche materialmente, con la Cina che appena un po' più a sud-est ha gettato una testa di ponte a Gibuti e da lì muove verso ovest, chiudendo il cerchio da meridione.

In questo quadro e con questi attori, pensare di prendere in mano la situazione è illusorio, vieppiù senza il sostegno americano che proprio dalle primavere arabe si è progressivamente disimpegnato dal Mediterraneo e, manco a dirlo, in assenza di una qualsivoglia collaborazione - foss'anche solo finanziaria, a tacere delle altre - a livello europeo. 

Esistono soluzioni a questa situazione? Ovvio che non sono io quello che può indicarne, ma se l'obiettivo è davvero tornare a controllare il flusso (a mio avviso bloccarlo è tecnicamente impossibile, a meno di non voler scatenare una guerra) occorrerebbe muoversi immediatamente per gestire - anche autonomamente - la fase emergenziale, senza approcci ideologici o propagandistici. Normalizzata la situazione, spingere a livello politico-diplomatico per un piano Marshall per l'Africa settentrionale e sub-sahariana, seguito e sostenuto da una missione di pattugliamento del canale di Sicilia, entrambi gestiti e finanziati a livello europeo. Nel mentre rafforzare la Marina e la Guardia Costiera e riallacciare progressivamente i rapporti con i referenti nordafricani, senza puzza sotto il naso - perché quelli sono e quelli rimarranno - preparandosi, ove necessario, a misurarsi anche militarmente con chi oggi si è insediato lì e non se ne vuole di certo andare. 

Il prezzo? Altissimo, è ovvio. Si tratta di investimenti per centinaia di miliardi, a tacere dell'immenso lavoro diplomatico e politico per costruire il necessario sostegno a favore di progetti sovrastatali così ambiziosi e del costo emotivo degli inevitabili morti in battaglia. Perché quello che non passa mai nelle discussioni in chiaro - ma che è necessario dire senza girarci troppo intorno - è che se vogliamo rimettere gli stivali dall'altra parte del Mediterraneo e controllare davvero i flussi che risalgono dall'area sub-sahariana non bastano i diplomatici e i soldi ma ci vogliono pure i generali e i morti sul campo. 

Se l'obiettivo è tenere i migranti a casa loro non esistono alternative efficaci e questo lo devono tenere bene a mente, e soprattutto porre alla base delle loro piattaforme politiche in maniera trasparente ed onesta, quelle forze politiche che vedono nel fenomeno migratorio un qualcosa di deleterio e assolutamente da bloccare. In caso contrario si tratta di propaganda e di sperpero di risorse. 

E allora viene da domandarsi se tutto questo vale davvero la pena, soprattutto alla luce del fatto che probabilmente un obiettivo diverso - valorizzare e veicolare questi flussi volgendoli a nostro vantaggio - costerebbe molto meno e renderebbe molto di più. 

Ma su questo punto prima o poi ci torno. 
     

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