Ciao amico mio
Caro amico ti scrivo, perché non sono riuscito a salutarti e invece avrei tanto voluto farlo. Perché te ne sei andato senza fare rumore, col tuo consueto garbo gentile e un po' schivo, lasciandomi così, senza parole e senza fiato. Anche se, in realtà, credo proprio che non sarei riuscito a dirti nient'altro che "ciao".
Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere queste righe. Volevo provare a trovare un filo a questo dolore e una qualche ragione per quell'ingiustizia profondissima che è stata la tua malattia, ma non ho trovato né l'uno né l'altra.
Gli ultimi mesi della tua vita sono stati difficilissimi e io - come chiunque non abbia vissuto quello che hai vissuto tu e non ti è stato accanto ogni giorno - posso solo intuirlo. Anche se dalle tue parole, dai tuoi gesti, ma soprattutto dai tuoi silenzi riuscivo a capire molto.
Perché tu, che eri uno abituato ad andare per mari e per monti, a correre, a nuotare, a pedalare, a sudare ti sei ritrovato da un giorno all'altro bloccato da un male tanto terribile quanto ingiusto, toccato a te che dimostravi quindici anni di meno, esempio di costanza, di dedizione e dimostrazione concreta di quello che possono fare un corpo sano e una mente attiva e curiosa.
C'eravamo conosciuti facendo immersioni una decina di anni fa, ma la nostra amicizia era divenuta subito molto altro, perché eri intelligente, colto, sensibile ed onesto e persone così è raro trovarne. Avevi un carattere difficile, è vero, ma alla fine eri sempre gentile e rispettoso se, come tutte le persone che mi sono state davvero vicine - e sono poche - sei riuscito a passare sopra ai ben più fastidiosi spigoli del mio altrettanto complicato carattere.
Abbiamo condiviso la cabina in barca in memorabili safari subacquei e chi ha fatto questo tipo di esperienze sa quale rapporto lega due buddies come eravamo diventati noi. Per prenderci in giro ci davamo reciprocamente degli "espertoni", a sottolineare quell'abitudine a saperne sempre una più degli altri propria dell'ambiente subacqueo. Ma sapevamo bene che per noi era solo un divertimento e quanto grande era quel divertimento, quel fare bullesco, caricaturale e simulato, così lontano dalla tua natura, ma che ci regalava ore di allegria spiccia e a buon mercato.
Ti prendevo in giro perché leggevi i premi Strega, mentre io mi vantavo di fare letture originali, ma poi andavo sistematicamente a prendere i libri di cui mi parlavi. Grazie a te ho letto cose che non avrei mai intercettato - per ignoranza o per stupido pregiudizio - mentre parlare con te di qualsiasi cosa era per me rara occasione di confronto e di sicuro arricchimento.
Ma eri anche molte altre cose - montagna, yoga, nuoto, bici, volontariato - molte più di quante io non sapessi o riuscissi ad intuire, molte di più di quante la nostra frequentazione mi avesse mostrato, nonostante tu provassi a coinvolgermi in tutto, senza successo. Eri molto più grande di me e di questo dolore che mi pare insormontabile e che invece, a pensarci bene, è solo una frazione di quello che è toccato in sorte a te.
L'ultima volta che ci siamo visti - un mese e mezzo fa - non sapevamo che sarebbe stata davvero l'ultima. Certo, poteva esserlo, ne eravamo coscienti entrambi, ma ci eravamo comunque salutati dandoci appuntamento al mio rientro dalle ferie.
Dopo averti riaccompagnato a casa, al termine di una serata piacevole e densa come erano le nostre discussioni e durante la quale avevano scherzato e ci eravamo presi un po' in giro come sempre, ti eri lasciato andare ad un momento di comprensibile sconforto.
Ti avevo abbracciato - ed è stata l'ultima volta, amico mio, adesso lo so - dicendoti che ti capivo, che al tuo posto io sarei stato molto meno forte e coraggioso di te e che, anzi, da quel giro all' inferno che ti era toccato nel pieno dell'ultimo inverno io non sarei riuscito a tornare indietro come invece avevi fatto tu, ma che nonostante questo avevi tutto il diritto di sentirti triste e abbattuto.
E' questo l'ultimo ricordo che ho di te e me ne dispiaccio infinitamente. Non solo perché se avessi saputo ti avrei abbracciato ancora più forte. Non solo perché mi mangio le mani nel pensare che avrei dovuto chiamarti appena atterrato e non inviarti un timido messaggio giorni dopo il mio rientro a casa. Ma anche perché ho un peso immenso sul cuore a ricordati così, stanco e sfiduciato come in verità non sei mai stato.
Ho però una piccola consolazione, anche se magari è solo un miraggio. La notte dopo aver appreso della tua scomparsa ti ho sognato. Eravamo sott'acqua, ma tu indossavi solo la muta, senza maschera, pinne o erogatore. Mi guardavi sornione e sorridendo mi hai fatto segno che andava tutto bene e che potevo andare avanti, non c'era corrente né sospensione.
Buon viaggio amico mio, spero davvero di rivederti un giorno..

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