A urne smontate e ceneri fredde
Si è concluso il secondo turno di questa tornata elettorale e si può provare a tirarne le somme, una volta che le urne sono state smontate e la cenere si è raffreddata.
Prendiamo Anagni e leggiamone i risultati in controluce: Natalia vince ma, soprattutto, vince con tutti i simboli della destra politica che attualmente governa il paese - pardon, la nazione! - e l'impressione che se ne trae è che il distacco di quasi venti punti sia dovuto proprio al bonus portato in dote dall'affiliazione ai partiti politici.
Vince la destra, dunque, ma soprattutto vince la politica. Di destra, ovviamente.
Perché il "civismo" - fenomeno oramai divenuto patologico nelle competizioni locali - e la quota di libertà che conferisce la fuoriuscita dalle liturgie partitiche, sembra non pagare in termini elettorali e il tentativo di costruire raggruppamenti che sotto l'egida dei simboli di partito sarebbero impensabili si risolve, spesso, in coalizioni che alla conta dei voti si sgonfiano come sufflè fuori dal forno.
Eppure è necessario trovare una soluzione, soprattutto a sinistra di questa destra, perché - e si è capito benissimo anche e soprattutto a livello nazionale - in un quadro che volge nuovamente ad un tendenziale bipolarismo, la forza non risiede più solo nel singolo partito ma nella capacità di fare coalizione intorno a sé.
Ma non tutti vi riescono, per le ragioni più varie: incompatibilità ideali e/o personali, scontro per la difesa dell'orticello da parte di quelli che dovrebbero essere alleati più o meno naturali o per debolezza congiunturale di quello che dovrebbe essere il soggetto aggregante. Dalle urne, complice anche il sistema elettorale, vengono così proiettate negli emicicli maggioranze politiche che sono espressione di minoranze organizzate e coese, capaci di aver la meglio su maggioranze "reali" residuali, dispersive, apparentemente incompatibili e non organizzabili in coalizioni, non dico politiche, ma nemmeno elettorali.
Quanto sopra è confermato ancora di più a livello nazionale - dove la partita è come se non si fosse giocata - considerato che il sostanziale cappotto a favore della destra è maturato nonostante si votasse col doppio turno, meccanismo che di norma premia le riaggregazioni che a sinistra sono la prassi.
In questo contesto Anagni non fa eccezione, visto che, almeno a parole, i voti delle coalizioni non approdate al ballottaggio avrebbero dovuto subire l'attrazione di Cardinali. Un conto spiccio e semplificato dei flussi elettorali confermerebbe questa tendenza - crescita dei voti al secondo turno doppia rispetto a Natalia, nonostante un minor numero di votanti - ma che comunque non si è palesata in maniera sufficiente a sovvertire il risultato del primo turno.
Arrivati a questo punto occorre domandarsi il perché di questo successo e dello speculare fallimento delle alternative. La prima risposta, immediata, è che è la destra oggigiorno a fornire risposte più immediate alle insicurezze di questi tempi così incerti. Si tratta di una grossolana semplificazione, ma la risacca del sostanziale fallimento dell'onda dei movimenti antisistema degli scorsi anni si presenta sotto forma di consenso verso quei partiti che, passata la buriana, hanno fornito risposte semplici, immediate e spesso illusorie alle paure dell'elettore medio, nel frattempo ingrossatesi a causa di Covid, guerra e ripresa delle migrazioni.
Ma tutto questo a mio avviso non basta a spiegare l'entusiasmo e la partecipazione che ho visto nella fase elettorale intorno al candidato Natalia. O meglio, rappresenta solo un lato della medaglia.
Lo ammetto serenamente, non l'ho votato né al primo né al secondo turno. Non solo per distanza ideologica, ma anche perché dal mio personalissimo punto di vista la sua amministrazione non è stata positiva per Anagni. Eppure, a fare la differenza in un contesto esattamente coincidente con quello sopra tratteggiato (nei fatti la maggioranza degli anagnini non lo ha votato) è stata la capacità di compattare nella fase elettorale un gruppo sufficientemente vasto e sostenuto politicamente che si è mosso sulle ali dell'entusiasmo, mantenendo contemporaneamente la calma necessaria quando il mare ha cominciato ad ingrossarsi.
Tutto questo, a mio avviso, ha a che fare con l' "immedesimazione" che un pacchetto composto da idee di tendenza, sostegno politico e ovviamente qualità personali del singolo riesce a suscitare nelle persone chiamate a fare la differenza nella fase elettorale. Le malelingue sussurrano che si sia trattato soprattutto di basso clientelarismo, che in qualche misura non manca mai, ma non è pensabile che la partecipazione e il coinvolgimento che ho visto mettere in campo si spieghino (solo) con la promessa di un favore o di un occhio di riguardo per qualche pratica.
Si tratta, invece, di rispondenza politica alle inclinazioni di una comunità che è di gran lunga la componente più importante quando occorre smuovere i candidati, compattare le coalizioni e raccogliere consensi elettorali. Che è un po' quello che ha provato a fare nella parte opposta del campo Santovincenzo il quale, con una coalizione oggettivamente debole e con riferimenti politici con meno appeal è riuscito comunque a portare a casa un buon risultato, nonostante tutto.
Come è noto, la fase dell'amministrazione è diversa da quella elettorale, e dunque staremo a vedere. Ma è bene che tutti i perdenti di questa tornata comprendano le lezioni implicite nella sconfitta: la politica è un combustibile imprescindibile per sostenere una candidatura e, soprattutto, non è fatta di mera aritmetica elettorale, ma anche di idee e riferimenti culturali. E nemmeno di vendetta e di rancore, che servono solo a mettere in circolo adrenalina artificiale che viene portata via dal primo refolo d'aria fresca e ad appiccare fuochi di paglia buoni solo per bruciare le illusioni di persone in buona fede.

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