Goodbye Wayne
Con questo post, non senza pudore, infrango uno dei miei tabù su questo blog. Mi ritrovo infatti per la prima volta a parlare di uno di quegli argomenti che ritengo così importanti da aver timore di volgarizzarli.
Questa notte è venuto a mancare Wayne Shorter, uno degli ultimi grandi, grandissimi musicisti della scena jazz ancora in vita che come pochi altri ha contribuito ad innovarla e a renderla attuale tramite un percorso artistico davvero notevole.
Come tanti sassofonisti della sua generazione nasce e cresce sotto l'influenza ineludibile di Coltrane, del quale tra l'altro prende il posto nelle formazioni di Miles Davis da un certo momento in poi.
Ma la sua maturazione e la sua crescita avviene - come per tutti i grandi innovatori in ogni campo dello scibile umano - quando decide di smettere di scimmiottare inutilmente il suo padre putativo e di trovare finalmente la sua strada. E se la grandezza di un musicista si misura con il suo eclettismo, Shorter non è stato secondo a nessuno.
Riesce infatti ad affrancarsi dal mito priapico del sassofonista tenore nelle formazioni hard-bop tanto in voga al tempo, fino ad arrivare ad esplorare nell'esperienza davisiana la voce sopranile facendo tesoro del noto lirismo del suo band leader, che segnerà uno dei tratti dell'abbandono definitivo dell'ascendeza coltraniana, insieme al passaggio nel mondo fusion con la partecipazione - tra gli altri - a In a silent way e all'iconico e controverso (per me un capolavoro) Bitches Brew, che segna la traumatica conversione all'elettrico del grande Miles.
Davis imbocca la strada del funk-etno-jazz e a questo punto Shorter capisce che è ora di capitalizzare l'esperienza accumulata: insieme a Zawinul fonda i Weather Report dei quali sarà una delle colonne portanti per tutta la loro esistenza.
Da qui in poi inizia la leggenda, con una serie di album innovatori e spiazzanti e una serie di progetti e di collaborazioni che spaziano nei campi più disparati della musica di ogni genere, regalandogli notorietà, ricchezza e qualche storicimento di naso da parte dei più puri.
L'ultima parte della sua carriera è però un ritorno all'eccellenza purissima del jazz dei maestri e il secondo millennio si apre (e si chiude?) con il pubblico in piedi ad applaudirlo in Footprints Live!
Di recente l'ho intravisto in alcune interviste rilasciate per un documentario su Miles Davis e nonostante l'età, le sue perle aneddotiche sulla sua mirabolante carriera rendevano giustizia di una lucida consapevolezza di quanto si può essere grandi anche senza assumere le pose glamour e da super star di cui il suo band leader dell'epoca non lesinava.
Oggi è morto un grande: hard-bop, Coltrane, Davis, tenore, soprano, fusion e lirismo ragionato: di Wayne Shorter si può dire tutto e il suo contrario, come la vastità e la grandezza della musica che ha creato.

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