L'impero senza fine (ovvero perché, a quanto pare, Trump non stravincerà le elezioni di midterm e questo è per noi un bene)


La realtà è che sto ragionando a spoglio in corso, dunque sulla base di un trend che, tuttavia, sembra delineare un risultato che sta sorprendendo molti. Quello che mi spinge a scrivere è più che altro la reazione al tifo da stadio che nel nostro paese si sta scatenando sull'onda di queste elezioni, soprattutto sul fronte destro degli elettori italici, che in maniera molto semplicistica vedono in Trump l'alfiere americano del sovarnismo e della lotta alle élite la cui affermazione farebbe pertanto il paio con la recente vittoria della destra italiana. 

E' difficile da comprendere per chi ragiona a compartimenti stagni e secondo logiche binarie, ma al di là di qualche tema relativo ai diritti civili, Trump con gli interessi della destra europea più conservatrice non ha davvero niente a che fare. 

Per capirlo occorre fare un passo indietro - o forse meglio, verso l'alto - e inquadrare gli USA nella loro missione strategica di base: dominare il mondo. Fa ridere ai più, ma è così: la prerogativa imperiale, percepita come iperbole di una realtà fattuale involontaria, è infatti profondamente connaturata al popolo e alle istituzioni americane. 

Lo è in maniera tale che di questa postura sono disposti da sempre a pagare il prezzo, sia nei termini ai più evidenti di sacrificio di vite umane - vedi le guerre lontane dal proprio territorio a cui hanno partecipato per difendere non la propria integrità statuale ma i propri interessi di proiezione imperiale, sebbene senza rivendicazioni territoriali - sia in quelli  meno leggibili di scelte anti-economiche, che una potenza votata esclusivamente al mercantilismo (come è invece oggigiorno ad esempio la Germania, che dopo il nazismo ha abiurato la componente politico-militare della propria supremazia, puntando decisamente verso quella economica e di sicurezza sociale) non avrebbe mai fatto. 

Mi riferisco all'immenso deficit commerciale e finanziario conseguente alla decisione di "arricchire" più o meno volontariamente i propri partner (Europa e Sud America) o quei territori (Asia) contigui o addirittura interni ai propri avversari (si pensi alle fabbriche Apple in Cina) e fornire contemporaneamente a tutti loro copertura militare, anche se spesso percepita giustamente come un tantino invadente (sempre di un impero si tratta!). 

Con l'effetto non secondario di finanziare tale deficit tramite la propria super-moneta, immobilizzandone i surplus nei circuiti dei mercati internazionali in quanto accettata generalmente come mezzo "franco" di pagamento a livello planetario, rendendola così un altro componente del neanche tanto "soft" power, insieme alla propaganda veicolata dalla loro debordante, e molto facile da vendere, cultura popolare.

Questo dominio, tratteggiato brevemente nelle sue componenti essenziali, per gli USA non è un'opzione tra le tante, ma la ragione stessa della sua sopravvivenza. E' vero che la "fortezza America" appare tecnicamente inespugnabile, ma è altrettanto assodato che l'allentamento della supremazia come sopra declinata e l'isolamento dentro le mura di cinta del quartier generale comporterebbero immediatamente il tradimento dei valori dell'americano mediano e l'innesco di un processo che molto probabilmente porterebbe alla dissoluzione non solo della nazione ma anche della civiltà occidentale.  

Per questo Trump rappresenta un elemento estraneo ai valori profondi dell'America, anche se incarna la risposta ad un momento di fragilità - speriamo passeggero - del grande complesso di superiorità americano. Perché "Make America Great Again" altro non è che la risposta tutta mercantilista alla crescente richiesta di sicurezza economica dei ceti medio-bassi a stelle e strisce, i quali da un certo momento in poi (diciamo dalla crisi del 2008) hanno iniziato a ritenere troppo alto il prezzo da pagare al mantenimento della politica imperiale.

Ma come tutti gli organismi, anche una nazione-impero ha il suo sistema immunitario e così Trump è stato neutralizzato, almeno per ora, da un risultato elettorale - quello delle presidenziali del 2020 - tra i più sorprendenti in tanti stati dell'unione, grazie alla natura fondamentalmente imperialista dell'americano medio, che è pronto ad accettare - anzi considera elementi naturali della propria comunità - la violenza, i morti in guerra, le armi facili, la pena di morte, il merito a discapito della sicurezza sociale, pur di potersi considerare il padrone del mondo. 

In quest'ottica si capisce perché gli USA stiano dando un supporto così decisivo all'Ucraina, territorio a sua volta cruciale nella visione strategica del nemico naturale dell'impero americano, ma anche quale sia la ragione esistenziale della NATO, il perché delle (sciagurate) guerre in Vietnam, Afghanistan e Iraq, nonché gli evidenti vantaggi elargiti a noi europei in quei campi che consideriamo cruciali, come la sicurezza economica e sociale, nonché quella discendente dall'essere sostanzialmente un loro protettorato militare, circostanza che ci consente di dormire sonni tranquilli spendendo però solo quattro soldi in armamenti. 

Detto in parole povere, l'Europa tutta altro non è che un elemento cruciale della strategia americana e la nostra civiltà, per quanto anteriore e genitrice di quella americana, può contare sulla sua sopravvivenza come tale solo con il supporto decisivo degli USA. 

Piaccia o meno, l'isolazionismo trumpiano del MAGA non fa né gli strambi (per noi) interessi degli americani, né soprattutto i nostri, di destra o sinistra che sia la nostra ascendenza ideale. Trump deve essere sostanzialmente un accidente nella storia della civiltà americana e occidentale, oppure ne sarà la fine - è bene esserne tutti coscienti.


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