Il trionfo della solvibilità
Parto dal mio ultimo post, quello sulle reazioni dei mercati all'annuncio del pacchetto di riforme di Liz Truss e del suo ministro del tesoro, per fare una riflessione su un tema che mi rimbalza in testa da un po' e che in questi giorni è stato toccato da alcuni ben più autorevoli commentatori, anche se solo di striscio.
Premetto che la mia personalissima opinione sulla prospettata manovra della premier britannica è assolutamente negativa; in tutta onestà, non riesco a vedere dove sia la ratio di politica economica in un taglio alle tasse finanziato in deficit in un momento di alta inflazione e tassi di interesse in salita.
Il tarlo, tuttavia, inizia a rodermi quando prendo consapevolezza che la mia è, sì, una valutazione politica, ma che ad un'attenta valutazione cela un giudizio - non espresso ma chiaro - basato sull'automatico rispetto che ogni manovra di politica economica dovrebbe accordare alla presunta ortodossia monetaria.
Vale, dunque, la pena chiedersi se oggi sia possibile immaginare soluzioni creative e fuori dagli standard per tornare, in definitiva, a fare "politica", intesa come sistema di scelte tra alternative connotate da diverso segno culturale, politico e filosofico o se ormai ci si debba conformare tutti a quella che pare essere divenuta l'inderogabile legge della "solvibilità del debitore".
E' questo un tema caro soprattutto a quelli che chiamiamo sovranisti i quali, sebbene lo affrontino in maniera poco credibile e molto superficiale, sono i soli che lo pongono costantemente nell'agenda del dibattito politico.
Assistiamo, infatti, da ormai una trentina d'anni - e con vigorosa progressione negli ultimi dieci/quindici - a una costante perdita di sovranità da parte delle entità statuali che, al pari delle aziende private - grandi o piccole che siano - per finanziare la loro spesa debbono fare ricorso in maniera strutturale al mercato dei capitali.
Questo fa sì che i creditori/finanziatori, ad ogni emissione di titoli di debito pubblico, valutino la solvibilità dello stato-debitore come se fosse un qualsiasi mutuatario: più alto è il rischio della sua insolvenza più alto è il rendimento che venie richiesto al denaro dato in prestito, con le ormai arcinote conseguenze sulla sostenibilità dei bilanci pubblici e sulla governabilità delle grandezze marco-economiche che inevitabilmente impattano sulla vita dei cittadini (tassi di interesse, di inflazione, dei cambi, livelli di occupazione e spesa pubblica).
Il meccanismo è talmente consolidato da essere ormai considerato un elemento esogeno al sistema, una sorta di paradigma non negoziabile, tanto più in un mercato globalizzato, quasi privo di asimmetrie informative e che lavora e quota i suoi indicatori ormai in tempo reale e "twenty-four seven" come è quello della finanza.
Quello che sorprende è che la progressiva erosione dei margini di manovra dei policy makers potrebbe essere dovuta paradossalmente proprio al trionfo del modello capitalistico e alla scomparsa di alternative ideologiche e fattuali da opporgli, che un tempo fungevano da contraltare ad un sistema che invece marcia libero, lubrificato e a tutto gas, se è vero che la più grande economia di mercato, almeno in prospettiva, e in definitiva il più grande mutuante attualmente su piazza sono concentrati nelle mani dei burocrati di uno stato che ancora oggi si definisce comunista.
E allora non stupiamoci se molto probabilmente l'esecutivo presieduto da Giorgia Meloni sarà "costretto" ad impostare una linea di politica economica molto simile a quella dell'esecrato governo che l'ha preceduto, come stiamo vedendo in questi giorni. E allo stesso modo non salteremo sulla sedia se gli altrettanto esecrati ministri tecnici - i vituperati "migliori" - con buona probabilità siederanno sugli scranni dei ministeri del Tesoro e degli Esteri e occuperanno forse anche qualche altra rilevante casella.
Questo perché anche Meloni dovrà fare i conti con i creditori dello stato italiano e dovrà convincerli a rifinanziare a tassi accettabili il nostro immenso debito man mano che verrà a scadenza, obiettivo per la cui realizzazione sarà necessario presentare conti tendenzialmente in ordine e facce presentabili nei consessi internazionali.
Se quanto precede è vero occorre concludere che flat tax e superamento della Fornero - due temi molto "caratterizzanti" le linee programmatiche della destra nostrana - non saranno all'ordine del giorno almeno per un po', con buona pace di Salvini che, tuttavia, non mancherà di certo di lucrare un pochino su questo fronte, farneticando come al suo solito e in fondo facendo lo stesso gioco che Meloni ha fatto con lui mentre governava con l'ortodosso Draghi.
Il problema vero è che, però, al netto della credibilità degli attori, il tema rimane in piedi: ormai chi presta denaro ha più potere degli stati o almeno ha un grande potere su questi. La narrazione delle "corporation" che acquisivano via via maggior potere a discapito delle entità statuali, molto in voga nei primi anni duemila, è stato nettamente soppiantato dall'evidenza del potere dei creditori, intesi come entità chiamate a creare, intermediare e regolare le grandezze monetarie e finanziarie.
Al di là delle teorie del complotto sui Rothschild o Soros, si tratta di un potere che per sua natura è senza vertici e sostanzialmente diffuso e policentrico, anche se ci sono degli evidenti nuclei di concentrazione dello stesso, che tuttavia non risultano davvero decisivi nel controllo delle grandezze aggregate.
E' infatti evidente che il comportamento concreto tenuto dal sistema finanziario nel suo complesso risulti dalla sommatoria delle reazioni di in una miriade di soggetti indipendenti, ma allo stesso tempo talmente interconnessi che i tempi di risposta ad informazioni o a fatti noti sia quasi immediata e il risultato delle reazioni difficilmente controllabile.
Esiste una soluzione a questo stato di cose? Probabilmente sì, ma forse prima di parlare di soluzioni è necessario chiedersi se questo sia davvero considerato un problema dai soggetti interessati, ovvero gli stati.
Personalmente credo che si debba riformare il sistema finanziario internazionale per renderlo maggiormente governabile e restituire potere agli stati, ma il mio è un punto di vista e, almeno al momento, minoritario. Questo perché sarebbe necessario ripensare le regole del gioco ma soprattutto il potere delle istituzioni coinvolte, dotando quelle di livello sovrannazionale (ad esempio la BCE) di poteri diversi e maggiori rispetto a quelli attuali o creandone di nuove con tali poteri. Quali? Ad esempio far diventare obiettivi statutari di queste entità quello di stabilizzare i tassi del debito di una determinata area geopolitica o anche quello di sostenere la crescita economica e/o il livello generale di occupazione (è bene ricordare, ad esempio, che l'unico obiettivo statutario della BCE è il contenimento del tasso di inflazione tendenziale al 2%).
E' una questione che coinvolge sostanzialmente la volontà degli stati di disconoscere i paradigmi del liberalismo economico e sacrificarli sull'altare della governabilità delle variabili monetarie e finanziarie. Al momento non intravedo questo tipo di volontà, ma la realtà attuale ci sta fornendo sempre più elementi di discontinuità (Covid, guerre, scarsità di risorse, colli di bottiglia nelle forniture) rispetto alla ormai sorpassata narrazione del mondo globale senza barriere madre e presupposto del neo-liberalismo imperante.
Ma almeno sino a quel giorno potremo quasi sicuramente dimenticarci un governo - in Italia o ovunque in Europa o comunque in occidente - in grado di mettere a terra manovre di politica economica e finanziaria di rottura rispetto al quadro attuale.

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