That's democracy, baby
In questi giorni, in diversi paesi del campo democratico - che sempre sia benedetto! - si sono palesate alcune evidenze di quella che è la normale dialettica dei poteri statuali allorquando questi non siano concentrati in un unico soggetto, come accade invece nelle dittature o nelle loro dissimulazioni moderne, suscitando sconcerto, indignazione o riprovazione che, però, a mio modestissimo avviso, sono il sintomo di come certi privilegi - la democrazia in primis - non debbano mai essere considerati come definitivamente acquisiti.
Ma andiamo ai fatti.
Negli Stati Uniti la Corte Suprema decide che quello all'interruzione della gravidanza non sia un diritto costituzionalmente garantito e rimette alle autorità dei singoli stati che compongono l'unione la facoltà di legiferare in materia. Da qui è partito il via alle polemiche sulle modalità con cui i supremi giudici sono stati nominati, per minarne la legittimità delle decisioni, e sui canoni interpretativi utilizzati per giungere alla decisione - originalismo vs evolutivismo costituzionale - ma nessuna o poche analisi sull'architettura istituzionale e la tipologia di ordinamento adottata da un'entità statuale molto diversa dalla nostra.
In Francia la Corte di Appello nega l'estradizione dei dieci brigatisti italiani per i quali lo scorso anno il governo transalpino aveva dato impulso alla procedura che avrebbe dovuto portare finalmente alla loro consegna alla giustizia italiana. E giù con le ricostruzioni tutte politiche di una controversia molto delicata che altro non sono se non l'altro rovescio della medaglia del nostro atavico e per niente dissimulato complesso di inferiorità nei confronti dei cugini francesi. Ma non ho visto nessuna o comunque pochissime riflessioni sul perché un giudice abbia deciso che quel provvedimento andasse cassato.
Infine, in Italia il dibattito politico sulla prosecuzione del governo è avvelenato dalle polemiche su due iniziative di legge parlamentare - ius scholae e depenalizzazione della cannabis - che, secondo alcuni più o meno in buona fede, dovrebbero essere ritirate per far sì che gli onorevoli deputati si occupino di "ben altri problemi", oltre che per garantire la sopravvivenza dell'esecutivo. Qui poco da aggiungere: benaltrismo e trogloditismo assortiti in salsa populista sono piatti ormai tipici della nostra cucina.
Se però mi chiedete cosa penso delle tre vicende non ho esitazioni nel rispondervi che sono a favore del diritto all'aborto, che sono dell'idea che i terroristi italiani debbano essere consegnati - e pure alla svelta - al nostro sistema giudiziario e che c'è un urgente bisogno di quelle due leggi lì (e non solo di quelle) ma che forse non sia questo il momento più opportuno di agitare le acque in un parlamento già inquieto di suo.
Nonostante ciò, sono ben lontano dallo spostare le mie valutazioni dalla sfera del merito "politico", perché di ciò si tratta, al campo del sindacato sulle prerogative che una corte suprema ha di interpretare la costituzione che le è data in custodia - anche se lo fa secondo canoni interpretativi discutibili - o una corte di appello di bloccare un provvedimento amministrativo ritenuto illegittimo - anche se atteso da anni - o di sindacare la valutazione del diritto a dettare le priorità legislative che in un sistema parlamentare hanno le aule dei rappresentanti, anche se ciò dovesse portare alla caduta del governo in carica.
Nell'attuale trionfo "dell'esecutivismo" - mi sia consentito questo brutto neologismo - siamo ormai portati a credere che i profili di legittimità possano essere assorbiti in quelli di merito e che i processi di valutazione, ponderazione e rivisitazione dell'attività degli organi esecutivi e amministrativi siano più o meno vacui orpelli, propri di sistemi di potere inutilmente procedimentali, a loro volta rappresentati da uomini molli e decadenti che non potrebbero mai permettersi di togliersi la camicia e mettersi a torso nudo, pena il dileggio del celodurista di turno.
Ma è proprio questo il sale dei regimi democratici: la stabilità delle decisioni non è un principio assoluto, ma trova un limite nel contrapposto principio della necessaria garanzia della loro corretta assunzione. La divisione dei poteri non è né un gioco né una debolezza, ma il fondamento della democrazia e come tale deve essere tutelata e difesa.
E allora preferisco di gran lunga la democrazia e le sue contraddizioni ma soprattutto l'essere governato da un pingue settantenne, consapevole tanto della sua senescenza quanto della bontà di certi meccanismi, piuttosto che da un suo ridicolo coetaneo che crede che la differenza tra un buono e un cattivo leader sia data da quante flessioni riesce a fare o del numero di incontri di judo che avversari compiacenti gli lasciano vincere.

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