Non moriremo liberali



Una delle trovate giornalistiche più riuscite del '900 italiano è stata senz'altro il titolo con il quale "il Manifesto" aprì immediatamente dopo le elezioni politiche del 1983: "non moriremo democristiani". Al di là della pia illusione di Pintor e del suo gruppo - la storia immediatamente successiva, ma non solo, si incaricherà di contraddirlo - quella frase aveva in sé una forza evocativa talmente grande da essere usata, rieditata, distorta e riutilizzata negli anni successivi in contesti e da soggetti totalmente differenti. 

La tentazione dunque è stata fortissima e infine non ho resistito: perché non riprenderla per commentare quello che, tra gli innumerevoli spunti che questa crisi di governo offre, è a mio avviso il più interessante, vale a dire la scelta fatta dal centrodestra di affossare definitivamente Draghi e con esso le aspettative di svolta liberale che la destra italiana aveva suscitato con la partecipazione all'esecutivo di unità nazionale? 

E' vero, circoscrivere alle scelte di Salvini e Berlusconi la responsabilità della crisi innescata ieri è sicuramente riduttivo - c'è molto altro: dall'implosione del M5S all'OPA del PD su Draghi, circostanze che non possono essere sottaciute e che hanno sicuramente fornito la miccia all'innesco azzurro-leghista - ma è un fatto che le speranze che non solo a destra si coltivavano per la nascita di un polo liberale che avrebbe dovuto attecchire sull'innesto del centrodestra di governo sono ormai completamente frustrate. 

Berlusconi, soprattutto, ha deciso con il suo solito all-in da consumato giocatore di poker - che di queste "mosse del cavallo" ne ha fatte tante e (quasi) tutte vincenti - che è meglio consegnare lo scettro a Meloni e in generale il predominio nella coalizione alla cospicua fronda populista piuttosto che morire finalmente liberale. 

Che si tratti di una vendetta per la mancata elezione al Quirinale - servita fredda e avvelenata all'establishment che non aveva fornito alcun appiglio alle sue ambizioni presidenziali al di fuori del perimetro politico della sua coalizione - o più prosaicamente e pericolosamente di un assist a favore dell'amico Putin, è difficile a dirsi. Entrambe le ipotesi sono verosimili, ma un'equilibrata via di mezzo è forse la più probabile. 

Quello che resta è che il più influente politico italiano degli ultimi trent'anni, ormai decisamente sul viale del tramonto ma con ancora in mano alcune carte buone per incidere sulle sorti del nostro paese, ha deciso di uscire di scena dando al pubblico il profilo meno presentabile del suo variegato faccione politico, quello del populismo e del sovranismo anti-europeista, lui che negli anni trascorsi a Palazzo Chigi aveva sì sdoganato i post (?) fascisti al governo e dato filo da torcere agli eurocrati franco-alemanni, ma che in quest'ultima fase aveva invece preso una posa molto più rassicurante con l'obiettivo di riabilitarsi e passare alla storia come il grande statista che purtroppo non è stato. Né sarà. 

Sappiamo, infatti, come andò a finire dopo il titolo del Manifesto: la Democrazia Cristiana, pur di non mettere il paese in mano a Berlinguer, concesse Chigi al PSI e a Craxi, aprendo una controversa stagione di luci e ombre - sul punto ognuno la pensi come crede ma ricordo a tutti che l'epilogo fu Tangentopoli. 

Se il retro-pensiero berlusconiano è davvero quello per cui non morire liberali significa sperare di poter riprendere in mano le sorti del nostro paese, beh, magari sarò smentito, ma questa è davvero una pia illusione, più o meno come quella di Pintor.    

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