I cani di Pavlov a Francoforte e il coraggio delle eresie



Su tutti i giornali di oggi (più o meno) l'apertura, o comunque il taglio alto, è dedicato alla conferenza stampa di ieri della presidentessa della BCE Christine Lagarde che ha annunciato quello che un po' tutti si aspettavano: fine del Quantitative Easing (QE), aumento dei tassi di riferimento e - forse più in là vedremo - non meglio precisati strumenti alternativi per impedire la frammentazione dei tassi dei singoli stati emittenti. 

D'altronde l'inflazione batte forte e lo statuto della BCE prevede come unico obiettivo tenere il tasso di crescita dei prezzi di medio periodo al di sotto del 2%. E dunque che fa l'ente che fissa il costo del denaro quando il suo mandato è tenere basso il tasso di crescita dei prezzi e questi aumentano? Alza i tassi di interesse, ovviamente. 

L'equazione è infatti nota e in maniera molto pragmatica la apprendiamo sin da piccoli - non tutti in verità, citofonare ai vari Borghi e Paragone, ma questa è un'altra storia - quando chiediamo ai nostri genitori perché non stampino moneta per comprare quel giocattolo costoso che non possiamo permetterci. Dunque, su i tassi di riferimento e giù la domanda di moneta e quindi giù anche i prezzi. O almeno così dovrebbe essere.

Peccato però che l'inflazione che stiamo sperimentando sia dovuta a tutto fuorché all'eccessiva circolazione della moneta. E' infatti chiaro anche a chi di economia capisce poco che l'aumento dei prezzi sia dovuto ai colli di bottiglia del sistema produttivo con cui deve confrontarsi l'impetuosa ripresa della domanda post-Covid e dalla successiva ma ormai concomitante spinta di "inflazione da costi" causata dalla guerra russo-ucraina.  

Reagire a questo tipo di inflazione con un taglio dei tassi significa essere più o meno a livello dei cani di Pavlov. E infatti le borse crollano, lo spread cresce e staremo a vedere se il livello generale dei prezzi calerà davvero o se, come prevedono in molti, questo innalzamento dei tassi non sarà altro che l'innesco di una spirale recessiva che rischia di avvitarsi su se stessa da qui ai prossimi mesi. 

Il problema è che siamo prigionieri dell'ortodossia monetarista che ha disegnato le istituzioni finanziarie europee e ha conferito loro poteri da esercitare in maniera condizionata al raggiungimento di obiettivi di stabilità monetaria a tutti i costi. Mario Draghi, nel corso del suo mandato alla BCE, alle prese con una crisi sistemica del debito europeo, è riuscito ad imporre politiche eterodosse di gestione dei tassi, ma lo ha fatto inimicandosi i banchieri tedeschi e nord-europei e solo in virtù della sua indiscussa autorevolezza. 

Eppure anche in questo quadro, gli strumenti alternativi non mancherebbero. Ce lo spiega, in maniera forse un filo troppo tecnica ma molto efficace, il prof. Becchetti nella sezione dei commenti del Sole 24 Ore di oggi, in un articolo dal titolo emblematico: "L’uscita dalla morsa di debito e inflazione val bene una eresia". Se vogliamo stringerne al massimo il contenuto, l'economista ci ricorda che undici anni fa anche il QE era considerato una follia e Draghi una sorta di Savonarola, mentre oggi è il primo è considerato uno strumento consolidato (che stiamo per abbandonare) mentre il secondo l'oggettivo salvatore dell'Euro. 

Occorre coraggio, in sostanza, e la ferma determinazione di un nuovo "whatever it takes". Perché, come ho avuto modo di dire già altre volte: è vero, probabilmente nel lungo periodo le politiche monetarie espansive si trasmettono sul livello generale dei prezzi. Ma è anche vero che, come affermava l'esecrato John Maynard Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti.

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