La guerra dell'energia e i suoi potenziali approdi nucleari (non la bomba)
Pur nella costanza degli elementi di tragicità propri di ogni guerra, quella in corso sta mostrando evidenti segni di peculiarità, soprattutto per quanto riguarda le relazioni economiche e finanziarie tra le parti in causa e gli esiti a cui può condurre nel lungo periodo nelle politiche energetiche - e non solo - dei paesi c.d. avanzati.
E' ormai, infatti, chiaro a tutti che Putin la guerra l'abbia preparata e la stia conducendo fondamentalmente con i flussi finanziari che gli provengono da gas e petrolio. Il mercato dell'energia è però uno dei più delicati e complessi che esistano: si fonda su variabili geografiche, geopolitiche, diplomatiche e militari, oltre che ovviamente economiche, ed è influenzato da interessi che risalgono direttamente ai vertici politici delle potenze mondiali.
Per giocare un ruolo fondamentale in questo mercato è sì necessario avere i giacimenti e/o trovarsi in una posizione strategica per il flusso di rifornimento dei mercati di sbocco, ma non solo. Per poter davvero puntare a "campare di rendita", infatti, cedendo il proprio patrimonio minerario senza doversi preoccupare di rendere il sistema economico competitivo su altri fronti, occorre avere anche una solida rete di relazioni internazionali e dunque un rilevante peso politico nello scacchiere mondiale.
Il gas e il petrolio, come è noto, non ce li ha solo la Russia. Ma la vicinanza fisica con i suoi clienti e l'esistenza di infrastrutture di distribuzione già ampiamente ammortizzate, ma ancora pienamente funzionanti, fanno sì che il prezzo di fornitura delle materie prime energetiche verso i paesi europei sia molto conveniente.
Per portare gas e petrolio russi in Europa il canale principale è rappresentato dalle reti di epoca sovietica che attraversano l'Ucraina e che i russi volevano bypassare costruendo il famoso "North Stream 2", a cui la Germania si è infine opposta e che molto probabilmente non vedrà mai la luce a causa della guerra.
Per anni l'Europa ha, però, intrattenuto rapporti di varia intensità con la Russia, basati su diversi livelli di interazione reciproca. Italia e Germania, ad esempio, le due più importanti manifatture europee, hanno avuto grande interesse ad intrecciare relazioni con Putin che, in cambio di energia a buon mercato, ha ricevuto "peso" e legittimazione internazionale. Gerard Schroeder, ex cancelliere tedesco, divenuto in seguito amico intimo di Putin, pezzo grosso di Gazprom e anello di congiunzione tra il sistema produttivo e politico tedesco e la Russia, è la personificazione esemplare di queste relazioni.
Allo stesso modo, i paesi del blocco di Visegrad, storicamente per nulla amici dei russi ma quasi del tutto privi di sbocchi sul mare (eccezion fatta per la Polonia) e pertanto dipendenti pienamente dai rifornimenti via terra, hanno visto nella Russia un partner privilegiato, pur con i dovuti distinguo.
Ma non solo di interessi economi si parla: a questi si saldano, rappresentandone la naturale contropartita sinallagmatica, quelli di natura politica e geostrategica. Basti pensare allo storico ruolo "interstiziale" (per usare un eufemismo) dell'Italia nella politica internazionale, che alla stretta osservanza atlantica ha sempre contrapposto, sebbene ad intermittenza e nei momenti opportuni, un ruolo di interlocuzione privilegiata con soggetti non proprio graditi a Washington (vedi appunto Russia, ma anche paesi arabi e galassia del terrorismo ante Bin Laden, vale a dire OLP e Libia).
Il discorso rischia di farsi lungo, ma oltre alla Germania di cui si è già detto, anche la Francia, a causa della propriocezione megalomane che la caratterizza, ha spesso sfruttato la possibilità di fare l'occhiolino a Putin e non solo a lui - vedi le seppur altalenanti relazioni con l'Iran, ad esempio - per far ingelosire gli americani e marcare le distanze al momento opportuno.
In sostanza, nei rapporti Russia-UE ci si trovava in una situazione che nella c.d. teoria dei giochi viene definita "win-win", vale a dire tutti vincitori. Che nel caso di specie si traduceva in un "io ti do materia prima a buon mercato e di contro tu mi legittimi nel quadro dei rapporti internazionali, all'interno del quale per te rappresento anche un'opzione di distinzione rispetto ai tuoi naturali alleati quando vuoi alzare il tuo prezzo nei rapporti con loro".
La guerra russo-ucraina oggi sembra scompigliare questo schema - peraltro qui appena abbozzato, perché molto più complesso di quanto si possa raccontare in un post su un blog - ma le contraddizioni di fondo rimangono tutte in piedi. Solo per citarne una, ma emblematica: l'Ucraina continua ad usare - sebbene indirettamente - il gas russo, comprandolo formalmente dai paesi europei ma sostanzialmente prelevandolo dal gasdotto che passa sul suo territorio, in tal modo finanziando indirettamente i suoi aggressori.
Ma gli stessi paesi UE con una mano inviano aiuti e armi all'Ucraina, con l'altra continuano a finanziare - e pesantemente - la Russia acquistando le sue risorse, per sganciarsi dalle quali i tempi sono lunghi. Ma oltre a comprare gas e petrolio dai russi, per anni hanno fornito loro armi e tecnologia, mentre i loro eserciti sono quasi completamente sguarniti nei reparti oggi divenuti improvvisamente strategici.
E cosa ci ha fatto Putin con tutto questo flusso di denaro, armi e tecnologia? Come ben sappiamo, già prima dell'invasione dell'Ucraina i russi avevano dimostrato di non temere di sporcarsi le mani, ma soprattutto di saper "spendere" vite umane e portarle all'incasso in termini di peso politico negli scenari di guerra libico e siriano, che sono entrambi snodi fondamentali ed alternativi dell'approvvigionamento europeo di energia. Come a dire: noi abbiamo chiaro che da queste parti di mondo passano potenziali pericoli al nostro dominio sul mercato energetico europeo e dunque ci mettiamo i carri armati e un po' di morti sopra.
Ma soprattutto le nostre sofisticate economie di trasformazione ad alto valore aggiunto, che ben si inserivano negli equilibri mondiali di divisione funzionale del lavoro ante guerra, basano molta della loro competitività sui bassi costi finanziari - ma non ambientali - dei combustibili fossili. Vero che in Europa si parla da tempo di transizione ecologica e di abbandono di quel tipo di energia - e da qui l'aumento repentino dei prezzi che Putin ha deciso negli ultimi mesi per velocizzare il rientro atteso delle proprie vendite - ma eravamo più o meno alle chiacchiere o giù di lì.
A questo si riferiva Draghi quando parlava di decidere se volessimo la pace - rectius la vittoria sulla Russia - o i condizionatori accesi; ma anche gli impianti industriali attivi, gli stipendi pagati, l'economia in ripresa e il mantenimento del livello di benessere a cui siamo abituati. I nostri sono infatti sistemi produttivi ma anche sociali altamente energivori e passare alle biomasse o all'eolico - così come cambiare fornitori di gas e petrolio - dall'oggi al domani non è facile, né immediato e nemmeno senza costi.
E' evidente che in questo quadro di ambiguità, da cui tutti ci siamo svegliati all'improvviso con grandi certezze - per alcuni chi siano gli aggressori e chi gli aggrediti, per altri chi sia giusto o meno sostenere, per altri ancora che la pace è un elemento non negoziabile, dovesse pur "costare" la sovranità di uno stato - una sola è la pietra angolare sulla quale basare la visione del futuro: la realtà che ci troveremo a vivere da oggi in poi sarà densa di momenti di forte discontinuità, circostanza che ci imporrà di ripensare la politica industriale e quella energetica se vorremo davvero continuare a preservare i sistemi democratici e a perorare la loro presunta superiorità.
In sostanza, laddove le variabili ambientali e i cambiamenti climatici non sono arrivati, probabilmente ci guiderà il bisogno di autonomia, facendoci puntare senza troppe esitazioni su una svolta green, priva però di pregiudizi nei confronti del nucleare.
Anche perché diversamente non si spiegherebbe come gli ucraini possono pensare di non rivolgersi ormai da anni ai vicini russi per il loro fabbisogno di energia, la Finlandia di entrare nella NATO chiudendo all'improvviso tutti i rubinetti dei rifornimenti provenienti dalla Russia e Macron permettersi di tenere Putin al telefono per due ore e dirgli che è un assassino senza che quello gli chiuda il telefono in faccia.
Come possono fare tutto ciò? Energia nucleare, c'è poco da girarci intorno. E credo che diverrà presto uno dei temi centrali dell'agenda politica europea, se davvero si vorrà continuare a provare a coniugare insieme sviluppo sostenibile, libertà e stato di diritto.
Ci vogliamo scommettere?

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