Il fallimento di un politico e la grandezza di un uomo




Qualche giorno fa, in occasione del centenario dalla nascita di Enrico Berlinguer, stavo scrivendo un post dedicato alla sua memoria che, però, non aveva l'ambizione di unirsi al profluvio celebrativo di panegirici a buon mercato che mi stava passando davanti ma che voleva, invece, essere provocatorio quel tanto da provare ad insaporire un poco quel brodo sciapo di luoghi comuni. 

Mi sono fermato quasi subito. Dopo qualche riga mi ero reso conto che non avevo voglia di stare lì a prendere metaforicamente a sassate un mito della mia gioventù, nonché il politico a cui era stata dedicata una sezione di partito per la costituzione della quale mi ero battuto strenuamente insieme ad un gruppo di compagni ormai quasi vent'anni fa. 

Del resto nella mia memoria ho dei riferimenti molto vividi delle vicende della sua morte, nonostante al tempo avessi solo dieci anni. Ricordo, infatti, mia madre che durante un tragitto in auto, la mattina dopo il ricovero in ospedale a Padova, mi spiegava quanto stesse accadendo. E che qualche giorno dopo mio padre, iscritto al PCI e esponente locale del partito, di ritorno dal funerale mi disse con voce emozionata: "davanti alla bara stavano tutti coi pugni chiusi, io però mi sono fatto il segno della croce". 

E forse è proprio il ricordo dell'esperienza emotiva di mio padre davanti al feretro di Berlinguer a darmi un diverso punto di ingresso a quella riflessione che avrei voluto fare e che il rispetto della memoria mi aveva invece inibito. Perché è proprio la scelta istintiva di "segnarsi", in luogo dell'ostentazione del gesto di appartenenza politica, a rendere davvero la misura del giudizio che si può e si deve dare di Berlinguer.   

Senza girarci troppo intorno: politicamente Berlinguer ha perso. E aveva già perso in quegli ultimi anni immediatamente prima della sua morte e della successiva caduta del muro di Berlino, quando lo spazio di manovra politica ormai ristrettosi per l'impossibilità a praticare il compromesso storico - vista la scomparsa di Moro e il mutare del contesto di riferimento - e per la guerra aperta dichiarata al e dal PSI, costringeva il PCI a predicare un moralmente altissimo ma politicamente neutro rigore etico in luogo della visione concreta di una società alternativa a quella della "Milano da bere", ma soprattutto lo privava dello spazio politico e del modo di realizzarla in via democratica in Italia.   

L'obiettivo di scardinare l'isolamento politico del PCI e di dare finalmente alla democrazia italiana la dimensione compiuta di sistema maturo basato sull'alternanza e la contendibilità del governo era, infatti, fallito. 

Non solo per colpa di Berlinguer e del PCI, va detto, ma la conventio ad excludendum che sino ad allora aveva tenuto fuori dalla stanza dei bottoni il secondo partito italiano si sarebbe stretta ancora di più come un cappio al collo di quello stesso partito per le scelte strategiche di splendido isolamento a cui il suo leader l'aveva condotto. 

Per una crudele eterogenesi dei fini quel fallimento avrebbe portato come risultato di lungo periodo alla contorsione del sistema politico italiano su sé stesso sino alla sua dissoluzione, anche e soprattutto a causa del mancato ricambio d'aria nelle stanze del potere che avrebbe avuto come apice la palingenesi - apparente, purtroppo - di Tangentopoli. Ma il primo sconfitto fu Berlinguer insieme al suo popolo e quella morte pubblica e spettacolare, quasi un rito di passaggio storico, ne fu la plastica rappresentazione.

Berlinguer ci è rimasto nel cuore per la sua umanità, unita al rigore morale, alla coerenza e alla compostezza nella fermezza delle proprie convinzioni, che si condensavano in un'inaspettata attitudine alla connessione "con la gente", primo a riuscirci senza scadere mai nel populismo. Ma delle soluzioni concrete per vincere le sfida della modernità e soprattutto la via politica per realizzarle nella prospettiva storica in cui gli anni 80 stavano mettendo l'Italia, l'Europa e il mondo intero non vi era traccia alcuna. 

Mi sono convito a scrivere infine questo post perché il giorno dopo il centenario è venuto a mancare De Mita, un altro protagonista di quella stagione, dotato sicuramente di fascino minore - almeno agli occhi di quelli come me - ma che dalla sua ha avuto il merito di aver vinto qualche sfida con Craxi, sebbene per un periodo di tempo limitato, e di aver provato a dare risposte diverse rispetto a quelle date sino a quel momento da un sistema che però stava andando in malora.

Lungi da me voler qui incensare De Mita. Nel mio cuore continuo a preferirgli mille volte Enrico. Per l'umanità, la vicinanza emotiva, l'austerità, lo stile compassato, la riservatezza e l'eleganza. Per quell'aria da "perdente onesto" che fa sì che oggi sia rimpianto e ricordato con rispetto ed ammirazione - spesso purtroppo posticci, ipocriti o senza senso - anche da chi un tempo gli tirava sassate e bordate di fischi, da destra ma anche e soprattutto da sinistra.       

Commenti

Post popolari in questo blog

Perché ha ancora senso parlare di fascismo (e di antifascismo)

Alla prossima

La prospettiva della storia e quella della cronaca