Come le spese militari possono avere un senso


Partendo dal presupposto che la pace piace a tutti, me compreso, ho riflettuto sulla questione "aumento delle spese militari e difesa comune europea" per provare a capirne di più. 

Sono partito escludendo la logica del "costo opportunità", ovvero: "in un contesto di risorse scarse è meglio costruire e far funzionare, che so, scuole e ospedali o comprare carri armati?". La risposta mi pare ovvia e dunque sorvolo. 

Ho dunque provato ad impostare una ragionamento che considerasse variabili differenti, assumendo quale unico riferimento il posizionamento internazionale dell'Italia e dell'Unione Europea e la loro coerenza con i rispettivi interessi. 

Sino ad oggi, e per ragioni diverse, abbiamo fatto parte di un sistema di alleanze e organismi internazionali formali ed informali che sono un residuato dell'impostazione delle c.d. "sfere di influenza" uscite dalla conferenza di Yalta. Può piacere o meno, ma la nostra prosperità, unita all'innegabile privilegio delle libertà democratiche, discende dall'appartenenza a questi club. 

Oggi però ci troviamo in uno scenario che sta cambiando molto velocemente. Se infatti sino alla caduta del muro di Berlino la situazione era bloccata da un mondo diviso a compartimenti stagni e la guerra era raffreddata dalla deterrenza nucleare, dopo la fine del comunismo il mondo è diventato improvvisamente un grande campo da gioco. 

Il terrorismo di matrice musulmana, l'instabilità mediorientale e le guerre del Golfo ed in Afghanistan hanno rappresentato le prime manifestazioni di discontinuità, unite alla smania di fare affari propria del liberismo imperante che ha fatto sì che per anni ci si sia preoccupati poco di chi fosse la controparte commerciale. Business is business e poco importa se questa logica ha portato all'emersione di nuove potenze economiche e militari - con legittime ambizioni di protagonismo - e alla decentralizzazione progressiva dell'Europa e dell'occidente. 

In questo contesto, la nostra copertura militare assicurata sin dalla guerra fredda dal socio più importante della NATO, nonché garante degli equilibri internazionali di questa parte del mondo, ci cullava nell'illusione che la questione sicurezza nazionale potesse considerasi assolta tramite lo sporadico invio nei vari scenari di guerre locali di ridotti reparti altamente specializzati, lasciando agli americani il compito di fare il lavoro sporco. E soprattutto a di dettare l'agenda delle priorità.

Se però questa logica poteva avere un senso nel mondo diviso a metà, essa ha mostrato i suoi limiti man mano che quel campo da gioco andava allargandosi. 

Ma se per noi era un vantaggio poter mostrare la tessera del club NATO pur pagandola poco in un mondo tutto sommato non ostile, agli americani questa cosa ha iniziato a pesare, mentre nel mutato scenario internazionale l'opzione militare tornava inesorabilmente in auge. Le ultime amministrazioni americane da Obama in poi hanno infatti iniziato a richiedere maggiore impegno agli europei e soprattutto a volgere lo sguardo ad altri scenari, quello asiatico e oceanico in particolare, divenuti nel frattempo più strategici rispetto al nostro.

A questo disimpegno degli americani va aggiunto che non sempre i nostri interessi coincidono con i loro; non è infatti un mistero che in un contesto sempre più multipolare gli interessi europei hanno iniziato a divergere da quelli americani; basti guardare alle nostre relazioni commerciali ma anche geostrategiche con Cina e Russia, sviluppate soprattutto negli ultimi vent'anni, e a tutto quello che ci gira intorno: nord Africa e Medioriente in primis, ma non solo.

Eppure l'Europa per guardarsi le spalle ha ancora bisogno degli yankee, c'è poco da fare. Le ragioni sono tante - dalla ritrosia britannica ad una difesa comune, al riflesso condizionato dei tedeschi davanti al complesso di superiorità del loro potenziale esercito, sino alla grandeur dei francesi che gli impedisce di annacquare l'autonomia della loro presunta forza militare - ma se per assurdo, solo per stare alla stretta attualità, Putin lanciasse i propri carri armati per le pianure dell'Europa centrale, dovremmo chiedere soccorso agli americani di stanza in Europa e ai turchi, che sono gli unici ad avere un esercito pronto per questo genere di evenienze tra i paesi NATO in Europa.

In definitiva dotare l'unione europea di un esercito efficiente ha un duplice condivisibile obiettivo: non solo quello di potersi eventualmente difendere da attacchi esterni, ma anche e soprattutto quello di marcare la propria autonomia nei confronti degli Stati Uniti, pur rimanendo agganciati alla NATO. 

Magari dico una fesseria, ma con un esercito UE ben strutturato ed addestrato, non si sarebbe arrivati alla guerra in Ucraina e non solo per la deterrenza che questo avrebbe esercitato nei confronti di Putin. Essere dotati della capacità di difendersi autonomamente avrebbe infatti consentito all'Europa di impostare delle relazioni internazionali in linea con i propri interessi senza dover sentire il peso della mano americana posata sulla propria spalla. La stessa Russia avrebbe potuto percepire come meno minacciosa la presenza NATO ai suoi confini, perché rappresentata da nazioni con le quali avrebbe avuto relazioni in linea con la reciproca contiguità territoriale, storica, politica, economica e culturale. 

In questa prospettiva a mio avviso l'aumento progressivo della spesa militare e l'integrazione della difesa comune europea hanno grande senso e possono costituire le basi per poter arrivare ad avere relazioni con i nostri ingombranti vicini basate davvero sui nostri interessi di sicurezza e prosperità. 

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