Pecunia non olet


Non sono in grado di fare previsioni sull'esito della guerra, ma qualche idea di come sarà il mondo subito dopo la chiusura delle ostilità ce l'ho: esattamente come era prima. 

Esclusi infatti scenari apocalittici di stampo post-nucleare - a meno che Putin non sia impazzito davvero - è altrettanto improbabile che le sfere di influenza stile "cortina di ferro" tornino in auge. Il mondo era infatti già sostanzialmente diviso prima di questa guerra, anche se non in maniera così netta come appare oggi e soprattutto non nel campo degli affari. 

Eh sì perché, in fondo in fondo, quello che aveva tenuto assieme in un brodo di coltura neocapitalista gli schieramenti che ora si fronteggiano era proprio il fattore "affari". Per anni abbiamo sentito dire che l'economia mondiale era ormai totalmente interconnessa e che un battito d'ali di una farfalla a Wall Street avrebbe potuto provocare un uragano a Pechino e viceversa.  

Ma soprattutto poco importava che si facessero affari con quelli che i settori più estremistici di certe aree politiche occidentali definiscono apertamente nemici. Business is business!

Ed era tutto maledettamente vero, visto che oggi stiamo sperimentando a caro prezzo quanto dipendiamo dal gas e dal petrolio russo e presto scopriremo quanto il mondo intero dipenda oggi dalla produzione di cereali di quella regione. 

Ma non finisce qui. Perché - e l'ho già scritto in un altro post - allo stesso modo dipendiamo da certe produzioni strategiche (microprocessori in primis) e dalla  mano d'opera a buon mercato che, come molte materie prime, sono attualmente localizzate in paesi che non appartengono alla nostra parte di mondo.  

Vero è che stando dalla parte forte dell'economia saremo in grado di sostituire nelle nostre catene globali del valore questi fornitori, ma il processo non sarà né immediato né indolore. Vero è altresì che anche per loro è dura non vendere i loro beni, ma il punto, come dirò innanzi, è proprio questo. 

Quello che dunque mi fa propendere per una fine non lontana delle ostilità con una soluzione di compromesso che lasci in piedi il sistema di scambi internazionali precedente al conflitto - e dunque il fatto che il sistema di sanzioni nei confronti della Russia e tutte le conseguenze sulla fluidità degli scambi internazionali che ne discende abbiano natura temporanea - è che la dipendenza dei paesi occidentali sia nei fatti un'interdipendenza da cui tutti traggono benefici. 

Cina in primis, che è l'unico vero soggetto che può dare una svolta ad una situazione che al momento pare bloccata. 

Se è vero infatti che la guerra altro non è che la politica portata avanti con altri mezzi, sul lato russo si fatica ad intravedere la visione politica di questa "operazione militare speciale". Da qui la preoccupazione che il confronto Russia vs USA-UE-Nato tenda esclusivamente ad un confronto muscolare, con la prima ben calata nella parte e i secondi attenti a non portare il livello dello scontro oltre la soglia del non ritorno. Non perché gli americani siano pacifisti, ci mancherebbe, ma perché come la Cina hanno un bisogno disperato di un mondo senza sanzioni. 

E' dunque facile profezia che sarà proprio la Cina a toglierci le castagne dal fuoco. Ma non perché le stiamo simpatici. Anzi. Semplicemente perché ha ormai gli stessi bisogni di USA e UE, un mercato libero ed interconnesso, in cui gli scambi fluiscano liberamente da est ad ovest come da nord a sud. 

Per quanto paradossale possa sembrare, infatti, è la ricchezza prodotta dalla partecipazione al sistema globale dell'economia e degli scambi che fa reggere in piedi regimi altrimenti non tollerabili, dai loro cittadini - se così li si può definire, ahi loro - e dagli interlocutori esterni. 

Anche per questo gli USA si possono permettere di fare la voce grossa con Pechino. La sicumera yankee ha ovviamente molto a che fare con il tradizionale ruolo di cowboy della terra, anche di fronte a un gigante come la Cina. Ma sono gli americani i primi a rendersi conto che la voce grossa con la Cina la possono fare perché quest'ultima ha bisogno del "mercato libero del mondo libero" per tenere in moto la sua macchina produttiva, fatta di esuberi - di manodopera, di offerta produttiva, di capitale in cerca di rendimento, di valuta pregiata da impiegare - che solo il circuito economico-finanziario di cui ormai fa parte a tutti gli effetti è in grado di assorbire. 

Ecco come andranno le cose: la Cina farà capire chiaramente a Putin che il gioco è finito ed è ora di tornare a fare affari con il mondo.

Rimarrebbe solo un quesito irrisolto: chi pagherà per i morti innocenti?    


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