Ah quando c'era Pertini...


Non è raro imbattersi - tanto nelle ormai rarissime discussioni "live" quanto soprattutto nell'abusato agone social - nell'approssimativismo gentista (aggettivo il cui significato sta tra "nazionalpopolare" e "populista") di chi rimpiange i politici di un tempo, soprattutto quelli con una supposta connessione con la gente, appunto, e la sua presunta purezza. 

E allora vai con gli abbinamenti improbabili di chi mette sullo stesso piano Berlinguer e Almirante - vi avviso, non fatelo in mia presenza ché rischiate di brutto - che è come mettere l'ananas sulla pizza. O con la leggerezza di chi, con un filo in più di arguzia, soprattutto a causa della diversa ascendenza politica primo-repubblicana, ripiange l'effervescente vacuità della Milano da bere o la rassicurante solidità del clientelarismo dell'Italia scudocrociata.   

Un posto d'onore, però, in questo empireo della presunta buona politica di una volta ce lo ha Sandro Pertini, che negli ultimi anni in fatto di meme pressappochisti e involontariamente ilari è pari - e fors'anche supera - il grande condottiero delle orde populiste di matrice italica, vale a dire Vladimir Putin. 

Proprio a questo grande padre della repubblica - diamo a Cesare quel che gli spetta, a prescindere dall'uso a volte improprio che si fa della sua figura - pensavo pochi giorni fa in occasione del bis di Mattarella a capo dello stato. 

Pochi credo sappiano, infatti, che all'approssimarsi della scadenza del suo settennato Pertini cercò invano, e anche un po' ingenuamente, di creare nelle segreterie dei partiti e nelle direzioni dei giornali "amici" quello che oggi chiameremmo un "gruppo di pressione", che spingesse per la sua rielezione alla massima carica dello stato, convinto del fatto che il panorama politico fosse talmente povero di alternative da dover per forza convergere sulla sua conferma. 

Tutto molto umano, ci mancherebbe, e anche molto indicativo di quanto il potere possa causare anche negli animi più nobili - o presunti tali - quella miopia distorsiva della realtà che porta all'illusione di credersi insostituibili e investiti di un diritto quasi divino al perpetrarsi della propria posizione di potere, grande o piccolo che sia.

E invece guardate Mattarella. Conscio dell'eccezionalità e delle conseguenze sul piano della prassi costituzionale di un suo bis, ma ben consapevole del fatto che la disastrata situazione politica contingente avrebbe portato quasi certamente alla richiesta di un suo rinnovato impegno, non ha fatto altro che inviare messaggi chiari di indisponibilità alla rielezione che, nei suoi intimi intendimenti, era da considerarsi come un'ultima ancora di salvezza.

Ma affinché il suo eventuale nuovo impegno fosse davvero considerato quale estrema ratio a cui attingere in mancanza di reali alternative, era necessario non fare nulla che facesse intendere il contrario a chi gli avrebbe dovuto chiedere nuova disponibilità dopo averle provate davvero tutte (sino a rasentare il ridicolo, sia detto). 

Prova ne è il fatto che tutti i partiti dell'attuale eterogenea maggioranza siano dovuti andare compatti, cosparsa di cenere la testa, a chiedere la sua disponibilità alla rielezione con la stessa voce tremante e il medesimo cuore pieno di timore di un bambino che va a confessare una marachella al papà. 

E tutto questo lo ha fatto - vieppiù dall'accoccolante comodità del trono percepita come un privilegio e non come un diritto acquisito - con la sapiente lungimiranza di chi ha a cuore in primo luogo la credibilità delle istituzioni democratiche e repubblicane, che proprio per essere "del popolo" e "di tutti" hanno bisogno di essere difese dai personalismi e dal possibile instaurarsi di sistemi di potere auto-perpetranti.     

Si tratta davvero di quel tipo di personalità che un giorno rimpiangeremo e che sono oramai in via d'estinzione, anche se ho molti dubbi sul fatto che  in futuro sarà protagonista involontario di meme dal sapore nazional-popolare. 

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