Tecnocrati, banchieri e l'articolo 138 della Costituzione
Lo ammetto, c'è stato un tempo - ormai lontano, ma poco conta - in cui pendevo letteralmente dalle sue labbra. Quasi mai ci siamo trovati sullo stesso lato della barricata, è vero, ma la sua disarmante lucidità e la connessa capacità di leggere le situazioni con l'immediatezza dei fuoriclasse, me lo hanno sempre fatto considerare quanto meno come un opinionista di riferimento. Che per un politico potrà sembrare una deminutio, ma questa è un'altra storia.
Insomma, qualche giorno fa Massimo D'Alema testualmente affermava: “l’idea che il presidente del Consiglio si autoelegga capo dello Stato e nomini un alto funzionario del Tesoro al suo posto mi sembra una prospettiva non adeguata per un grande Paese democratico come l’Italia, con rispetto per le persone.”
Ecco, la realtà è semplice ma stranamente nessuno la vuole raccontare per quella che davvero è: siamo di fronte al tentativo, nemmeno dissimulato (vedere candide ammissioni di Giorgetti e Brunetta), di un cambio surrettizio di regime - da Repubblica parlamentare a semi-presidenziale - e questo con buona pace della maggior parte della politica italiana, che vede così pienamente compiuto il transito del suo commissariamento da stato provvisorio a permanente.
Per carità, penso anche io che i tempi richiedano ormai un accorciamento delle catene di comando e che il parlamentarismo puro sia un lusso che non possiamo più permetterci. Ma pensare che ciò possa accadere in spregio delle regole formali di revisione costituzionale è un'offesa che neanche un sistema facilone e insofferente di regole e procedure come il nostro può permettersi di accettare.
Vero è che all'orizzonte si stagliano sempre più nettamente i contorni di mostruosità inimmaginabili sino a pochi mesi fa, ma non può essere la minaccia del combinato "Berlusconi sul colle più alto e Meloni a Chigi" a giustificare certe scorciatoie.
Certo, la Sfinge Draghi che s'atteggia a Sibilla cumana non aiuta, tanto più che dai suoi vaticini dipendono oggi i destini della tenuta innanzitutto finanziaria del nostro paese - soprattutto in questa epoca di sovrasensibilità dei sistemi alle esternazioni degli opinion leader. Ma il rischio concreto è che se di un bluff si tratta, c'è il timore fondato che quarta ondata e rincari energetici costringano l'ex banchiere centrale a mostrare che il suo whatever it takes stavolta consta di un paio di Jack, se tutto va bene.
Ma quello che più conta è che non possiamo pensare che la nostra democrazia arretri di fronte alle pur legittime ambizioni personali del salvatore della patria di turno e del suo manipolo di sottopancia, utili sì per gestire una fase di emergenza che però non può essere utilizzata come scusa per consolidare tecnocrazia e potere finanziario.
La soluzione può passare solo da un riscatto della politica o magari da una sua più plausibile assunzione di responsabilità: la maggioranza che eleggerà Draghi o chi per lui al Colle lo faccia individuando immediatamente un premier di profilo politico che conduca il paese alle elezioni del 2023 e si proponga di governare l'Italia per i cinque anni successivi.
Il rischio, in caso contrario, è quello ventilato dal medesimo leader Massimo in altri tempi - una quindicina di anni fa - in cui l'antipolitica era ancora un sentimento diffuso ma non dilagante. A chi gli chiedeva del crescente e diffuso antipartitismo rispondeva che l'estinzione dei partiti, dopo gli inevitabili lavacri propri dei cambi di regime, avrebbe lasciato in eredità un sistema appannaggio di tecnocrati e banchieri.
Alla luce di quanto accaduto negli ultimi dieci anni mi pare che baffino ci veda bene da lontano.
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