La mia pacata e un filo tardiva opinione su una cosa molto carina




Con la televisione ho ormai da anni un rapporto controverso. Ne vedo poca, anche perché di tempo a disposizione ne ho sempre meno. E poi l'attuale, sterminata scelta di programmi pronti e disponibili a qualsiasi ora, e volendo anche tutto d'un fiato in caso siano seriali, non fa altro che disorientarmi. 

C'è da aggiungere, per sovrappiù, che l'iper-realismo imperante, che sparge a mani basse violenza, sesso e crudezza su ogni film o serie - roba che per gli spettatori seriali medi è qualcosa di molto simile al miele per le formiche - a me davvero non va giù. Anzi, a dirla tutta dà proprio fastidio, perché è evidentemente la "sostanza tossica" con cui creare dipendenza. 

E poi mettiamola anche su un piano di mera sopravvivenza: a chi mi chiede se ho visto o meno l'ultima serie di grido, rispondo sempre che nel poco tempo libero a disposizione ho bisogno di rilassarmi davvero, visto che la mia vita è già di suo una via di mezzo tra il "Trono di Spade" e "The walking dead", per citarne due a caso di cui ho sentito molto parlare. E dunque, no grazie. 

Così va a finire che i miei sporadici tentativi di serata davanti alla tivvù si esauriscano nel passaggio in rassegna dell'infinita offerta televisiva, alla ricerca di qualche chicca che riesca a farmi trascorrere un'oretta agganciato a qualcosa di diverso dall'ansia seriale generata dall'attesa della prossima svolta narrativa, veicolata dalla solita scena violenta in cui il protagonista è il classico tizio senza scrupoli, dotato vieppiù di un appetito sessuale che manco un classe di ginnasiali in gita scolastica.

La ricerca tuttavia è spesso vana, a parte un po' di selezionatissimo sport, qualche documentario e sporadiche inchieste giornalistiche. E quindi sovente ripiego su altri passatempi, che si sostanziano nel cadere addormentato prima delle 22.30 seduto sul divano con le cuffie alle orecchie e il libro in faccia o, ben che vada, sul petto. 

Poi ci sono le eccezioni. Una di queste è il piccolo e delicato capolavoro di Zerocalcare. 

Faccio una premessa, anzi due. La prima: non sono, né aspiro a diventare, un critico televisivo o cinematografico. Esprimo dunque un'opinione di gusto, niente di più. La seconda: di questo disegnatore romano nella mia libreria ci sono diversi albi che io non ho mai neanche aperto (chiedere a mia moglie, grande appassionata del suddetto) e pertanto, pur conoscendone de relato la "poetica", se così possiamo chiamarla, per me rappresenta una novità quasi assoluta.

Il discorso è poi abbastanza semplice: sebbene tra me e Zero ci siano differenze profondissime, la serie mi ha agganciato - tanto da tenermi straordinariamente sveglio sin quasi all'una per vederla tutta d'un fiato! - e poi toccato per la comunanza del sentire rispetto alla vita, alle sue insondabili verità e alle sue leggi universali, allo spaesamento che questi tempi incerti e fluidi generano in chiunque, tanto in uno studente fuori corso quanto in un professionista in giacca anche se, come nel mio caso, né nato né cresciuto in una zona semiperiferica di Roma. 

E anche per questo la polemica sul dialetto utilizzato - peraltro in forma lievissima e comunque chiaramente comprensibile da Vipiteno a Licata - è davvero infondata e sintomatica del classico occhio puntato al dito piuttosto (nel senso di invece!) che alla luna. Roma e il suo slang sono una scusa, un contesto, una quinta, e niente di più. Spostata a Milano tra le colonne di San Lorenzo o sotto i portici di Bologna la storia raccontata sarebbe stata la stessa e per essere vera come quella raccontata a Roma avrebbe avuto bisogno solo di qualche "socmel" al posto dei "daje", ma niente di più.  

Anche perché, nonostante la magistrale animazione e un continuo swing tra sogno e realtà, la connessione con la vita reale delle persone normali - come siamo un po' tutti - è immediata ed evidente. Chi di noi non ha avuto amici come Sarah e Secco (a me è venuto immediatamente in mente uno dei miei che per flemma e leggerezza monotematica è la fotocopia di quest'ultimo)? Chi non ha perso giornate intere dietro e dentro facezie che oggi appaiono tali ma che al tempo erano il senso stesso della vita? Ma soprattutto, chi non ha avuto una storia perennemente sospesa e in bilico, fatta di mezze parole non dette e mezzi passi non fatti, equivoci, sparizioni, riapparizioni e tanto affetto sincero, come quella di Zero con Alice? 

In sostanza, chi è senza gioventù, passato felice e pseudo-tormenti da quesiti esistenziali scagli la prima pietra. Perché alla fine forse siamo stati solo più fortunati di Zero e company. La nostra Alice, nel "peggiore" dei casi è la mamma felice di due bambini che ci capita ancora di incontrare sorridente al bar mentre prende un caffè con le amiche.  

E se vale l'obiezione che anche questo realismo dei sentimenti è un modo per tenere certi fruitori davanti alla tivvù è altrettanto vero che non si tratta di "roba tossica". Cosa che, oggigiorno, mi pare già un gran bel risultato.

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