Liberi tutti




Per cultura e convinzioni politiche sono da sempre combattuto nella definizione del confine tra libertà del singolo e necessità della collettività. Si badi bene ai termini: "necessità" - che è la dimensione che riconosco all'eventuale predominio della collettività - ha già in sé uno spazio molto più limitato di quello che assegno al campo d'azione dell'arbitrio individuale che, a mio modesto avviso, viene prima di qualsiasi fumoso concetto relativo a presunte entità collettive o, ancor peggio, sovrannaturali.

Per questa ragione, non senza i passaggi dolorosi tipici dei risvegli dalle ubriacature ideologiche di gioventù - che possono provocare postumi anche peggiori di quelle da vino - nel corso della vita ho compreso che le scelte fatte da ognuno, di norma - e sottolineo di norma - sono "migliori" di quelle di qualche burocrate o, ancora peggio, di qualche prelato, più o meno alto. 

Migliori non negli esiti - è quasi scontato ma necessario ricordare che tutti sbagliamo, ma non per questo le nostre scelte debbono trovare un limite esterno - ma nella qualità del processo che le genera, perché prodotte proprio là dove la capacità di cognizione degli elementi in ballo nella scelta sono più vicini, più concreti e più sentiti. 

Ovvio che questo non può valere sempre. L'epidemia da Covid-19 ci ha ricordato che esistono dimensioni dove il comportamento individuale deve conformarsi al supremo interesse - questa volta a quello della sanità pubblica - pena la sopravvivenza delle istituzioni e in linea di massima del genere umano. Oppure che il vivere ordinato presuppone quelli che in teoria economica si chiamano "i desideri di merito", dove però spesso il confine della libertà individuale è violato per il rispetto di una prerogativa altrui. 

Ma si tratta di casi limite e anche in questi abbiamo visto che c'è chi in nome della libertà individuale si sente legittimato a sottrarsi allo sforzo collettivo o alla prescrizione necessaria alla vita sociale.   

E' per questo che ritengo che la prima autorizzazione al suicidio assistito in Italia, sebbene per il momento solo formale, mancando tutto l'apparato esecutivo e il contorno di garanzie per chi dovrà in concreto eseguirlo, sia da accogliere con grande favore ed altrettanto grande compostezza. 

Il tema è delicato per i confini dei temi che lambisce - quelli apparentemente insondabili della vita e della sua fine e di chi possa intestarsi certe decisioni in determinate circostanze - ma, nella sua drammaticità, ha degli esiti che definire scontati è irrispettoso per i tanti che conducono vite in condizioni tragiche e di immane sofferenza e che sono in attesa di quello che ormai nella pubblica opinione è considerato come qualcosa di dovuto.

E allora perché si è arrivati a questo primo, grande risultato solo grazie all'opera dei supremi giudici - che ne hanno affermato l'aderenza ai principi costituzionali - e non del parlamento, che invece non trova il coraggio di legiferare in materia e fornire così un quadro giuridico stabile ad una necessità che la comunità che rappresenta, nella sua stragrande maggioranza, sente come urgente e condivisa? 

A tal proposito, a mio avviso, è esemplare l'estratto di un'intervista letta oggi e che di seguito riporto. A precisa domanda ("Siamo in un Paese laico, molte persone ritengono che sia giusto permettere a una persona in determinate condizioni di togliersi la vita. Perché la Chiesa pensa l'opposto?") monsignor Tal dei Tali afferma:

"Sul piano umano è facile pensare solo alla sofferenza. Tuttavia non si può pensare che sia lecito togliere la vita a una persona. Anche se soffre resta sempre una decisione inaccettabile anche sul piano della fede"

Ma non contento della risposta, visto che l'alto prelato aveva ribattuto ad una domanda posta sul fronte della politica del diritto con una risposta sul piano della fede, l'intervistatore insiste più apertamente: 

"Però nel nostro Paese ci sono tanti non credenti. I credenti possono non seguire una legislazione aperta sul suicidio assistito mentre chi la pensa in modo diverso sì. Non è corretto?"

Ed il monsignore, con quella che presumo sia stata una faccia di bronzo risponde:

"La vita è sempre sacra per tutti, non solo per i cristiani. È un principio universale che va applicato a tutti."

Ognuno tragga da sé le proprie conclusioni. Per me è difficile spiegare i miei sentimenti di fronte a questo tipo di affermazioni. Magari lo avete visto, magari no, ma credo che sia ancora più difficile capire cosa si provi dentro una vita che non si vuole più. 

Ed è per questo che è necessario continuare a chiedere, con rispetto e fermezza, che il suicidio assistito divenga legge quanto prima, perché si tratta di una libertà che non priva gli altri di nulla ma che di converso fornisce a chi ne ha bisogno una possibilità di scelta nel momento più difficile. 

Che piaccia o meno a monsignoria loro. 

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