La differenza tra un'abetaia e il Mar Mediterraneo
Oltre a porre un problema umanitario prima che geopolitico-diplomatico, il terribile destino riservato ai profughi al confine polacco apre un fronte di riflessione che credo sia tanto scomodo quanto inevitabile.
Non è la prima, né sarà l'ultima volta, che per combattere una guerra diplomatica o per spuntare un qualche riconoscimento internazionale o semplicemente per monetizzare la propria posizione geografica al centro dei flussi migratori, un dittatore senza scrupoli decide di giocare con le vite di poveri disgraziati in cerca di un futuro migliore.
Già Gheddafi - ben prima di Lukashenko - grazie all'effetto combinato dal controllo della rotta mediterranea e dall'appetibilità delle ricchezze del sottosuolo libico, nonché dei sostanziosi appalti governativi che un paese che abbonda di risorse è in grado di distribuire - aveva fatto torcere per anni le budella a più di un governo della sponda europea del mare nostrum, Italia in primis, attraverso una sapiente gestione a singhiozzo delle partenze, condita dalla nota volubilità propria dei dittatori più abili.
Forse erano anche altri tempi e probabilmente le coperture mediatiche erano diverse, ma il Colonello riusciva a far sì che l'indignazione, spesso ipocrita, delle democrazie occidentali arrivasse al giusto punto di cottura per portare a casa vantaggi per sé e per il suo entourage, non senza dare sfogo alla sua proverbiale vena di gusto per l'assurdo e lo smisuratamente inelegante. A tal proposito, chi non ricorda il farsesco delle mascherate dell'ultimo summit a Roma - Berlusconi governante - con annesso di accampamento a Villa Pamphili e contorno di giovani vergini italiane a fare da pubblico alle conferenze del dittatore libico?
Persino il fu-Cav, uno aduso al burlesque e alla sguaiataggine di codazzi improbabili, mostrò in quell'occasione imbarazzo per lo straripante cattivo gusto e, in definitiva, per l'umiliazione subita.
Più recente, ma emblematica, è la vicenda della c.d. rotta balcanica e del ruolo giocato dalla Turchia nel tamponare i flussi provenienti dal medio-oriente a seguito delle crisi irachena e soprattutto siriana. Merkel, che aveva provato a dimostrare quanto civile fosse la Germania e la sua opinione pubblica, adottando per un brevissimo lasso di tempo una politica di asilo molto permissiva, dovette fare repentinamente dietro front davanti alle rimostranze dei suoi concittadini-elettori, scendendo a patti con Erdogan e aprendo i cordoni della borsa - comunitaria - per far sì che chi fosse transitato dalla Turchia, che guarda caso aveva allentato ogni tipo di controllo, venisse ivi trattenuto in appositi campi profughi.
Oggi il copione si sta ripetendo, con una costante di tragicità che lascia attoniti e sconcertati. Così come è scoraggiante dover constatare i soliti doppi pesi e le consuete doppie misure adottate dall'UE di fronte a tali avvenimenti. L'unico parziale elemento di novità è rappresentato dalle latitudini a cui si sta consumando l'ennesima tragedia e le quinte che la ospitano: non più la distesa blu del Mediterraneo centrale ma le abetaie del confine polacco-europeo con la Bielorussia.
Ma la costante, oltre alla tragedia, è l'attivismo tedesco e in generale degli apparati comunitari - a tanto sollecitati dall'evidente interesse del socio più importante del club - nel tamponare un confine "vicino" alla propria opinione pubblica.
Badate bene, io sono per i corridoi umanitari, ovunque vi sia un flusso di disperati in fuga. Che questo piaccia o meno. Ma non posso assistere inerme al perpetrarsi costante dell'ipocrita atteggiamento secondo il quale lo sfondamento del confine orientale è considerato questione di interesse europeo, col corollario dell'impiego massiccio di risorse finanziarie e diplomatiche degne di un'entità quale dovrebbe essere sempre l'UE, mentre quando a repentaglio è il confine meridionale il problema è tutto nelle mani e nelle risorse dei governi locali.
Così facendo, oltre che respingere inumanamente dei disperati in fuga, che rischiano di morire di fame e freddo dopo essere fuggiti da condizioni presumibilmente invivibili, se non si rischia di dover dar ragione a gente come Meloni, Salvini o Abascal si va comunque a mettere fieno nelle loro cascine.
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