Nuovi ulivi e vecchi errori


I post di politica sono quelli che totalizzano meno visualizzazioni, ma ci sono dei temi che mi appassionano al di là del consenso che riscuotono e l'occasione di poter scrivere degli scenari futuri della coalizione più pazza del mondo - il centrosinistra italiano - dopo i risultati elettorali delle ultime amministrative è una di quelle occasioni che non posso lasciarmi scappare. 

Partiamo proprio dai risultati. Il centrosinistra, un po' in tutte le sue declinazioni potenziali, ma soprattutto nel formato "tutti dentro", vince. O almeno così pare. Perché il dato sull'astensione qualche riflessione dovrebbe imporla. Perché il centrodestra - per dirla con Veneziani - ha i leader ma non la classe dirigente (che scoperta!) e dunque che perda le amministrative ci può stare, ma alle politiche è tutto da vedere. Ma soprattutto perché il fronte sovranista, più o meno il 40% dell'elettorato italiano, sempre lì sta, con l'unica differenza che quel che perde la Lega lo recupera FDI, sebbene senza gli effetti moltiplicativi che gli ultimi sondaggi assegnavano alla scopritrice delle zucchine di mare. 

Insomma, fossi in Letta ci andrei piano con l'entusiasmo, anche se è comprensibile il tentativo di vedere il bicchiere mezzo pieno, dopo anni di batoste nelle urne e di arretramento nel livello di gradimento popolare, quantomeno se misurato dall'umore dell'uomo comune. Eh sì, perché occorre ammetterlo: almeno sino a quando non è arrivato il Covid a sparigliare tutto, le semplificazioni populiste del duo Salvini-Meloni mostravano un'agilità e una forza nell'intercettare il sentimento popolare tali da non lasciare apparentemente scampo ai radical-chic col Rolex che si preoccupano più dei neri sui barconi che degli italiani che frugano nei cestini dei rifiuti. In sostanza egemonia sotto-culturale, ma pur sempre di egemonia si trattava. 

Poi il Covid, il recovery plan e la rinascita di un minimo di prospettiva. Ma quegli umori ferini sempre lì stanno, in agguato e pronti a saltare sulle spalle degli italiani al minimo cenno di insicurezza. E infatti Letta, che scemo non è, ha capito che le cose non stanno come sta cercando di venderle e che l'unica possibilità di vittoria nel 2023 è legata non (solo) all'elaborazione di una seria proposta politica che guardi anche alle questioni sociali aggravate da due anni di Covid, ma soprattutto alla costruzione  di un fronte elettorale ampio, unito dal nobile obiettivo di contenere le invasioni barbariche. Una sorta di "coalizione Ursula" che andando da Berlusconi a Speranza si opponga con la forza dei numeri alle semplificazioni di matrice populista, altrimenti vincenti. 

Il disegno è chiaro, ma presenta più di un punto critico agli occhi di chi ormai qualcuna ne ha vista. 

Il primo è costituito dalle forze che dovrebbero fare da aggregatori. Letta infatti immagina la ricostituzione di una sorta di Ulivo aggiornato, al quale attaccare di qua un pezzo di 5 Stelle (o quello che ne rimane) e di là un pezzo di Forza Italia. In sostanza PD e centro liberale dovrebbero trovare la quadra tra di loro - e su questo ho già seri dubbi - e poi andare a trovare il modo di far parlare Calenda e Fico, Conte e Renzi, Speranza e Tajani. Già vedo il buon Bersani sullo sfondo che si accende un sigaro e si riaffocia le maniche della camicia per cercare di trovare un'impossibile quadra.

Ma ammettiamo pure che, con i dovuti distinguo, gli inevitabili mal di pancia e qualche più o meno dolorosa scissione, si riesca a costruire questo Ulivo di nuova generazione a cui attaccare le propaggini di cui sopra. Ma l'orizzonte programmatico? 

Eh sì, perché sarà necessario far convivere l'anima green dura e pure dei 5 Stelle e della sinistra-sinistra con il pragmatismo energetico che strizza l'occhio al nucleare del centro liberale. Ma anche la politica fiscale liberista (ehm...) di Forza Italia con il cieco rigore del PD. O ancora, la sinofilia - che si tratti di quella di stampo mercantilista di matrice prodiana o di quella in salsa mistica pentastellata - di una parte consistente della coalizione con l'atlantismo duro e puro dell'altra, a tacere dei non pochi fan del mitico Putin che un carrozzone del genere imbarcherebbe inevitabilmente. E poi la posizione nel Mediterraneo, i diritti civili, l'eutanasia, la politica migratoria, lo ius culturae. 

Sono tanti, tantissimi i temi su cui trovare un compromesso sarebbe impossibile, sia in fase di stesura del programma che nella sua attuazione. A tal proposito, ricorda Letta la fine ingloriosa del primo Ulivo, con Bertinotti che farneticava di settimana lavorativa di 35 ore - per legge! - a parità di salario mentre D'Alema mangiava la crostata a casa dello zio Gianni e preparava l'inciucio? E l'accoppiata Rossi-Turigliatto? O i vari Boselli e Mastella che dettavano l'agenda del governo con il 2% dei voti? A proposito, Renzi si sta già sfregando le mani. 

Il rischio è quello dell'ennesima aggregazione "contro". Un tempo il nemico comune era Berlusconi, che oggi con questo accordo punta con tutta evidenza a sedere al Quirinale (non succede, ma se succede...), oggi è il sovranismo. Con il risultato che nel caso non improbabile di una vittoria di questo schieramento largo, come piace chiamarlo a Letta, solo per fare la lista dei ministri ci vorrebbero sei mesi. 

A meno che non ci pensi lui, l'uomo della provvidenza (cent'anni dopo l'ultimo e nefasto): super Mario Draghi. Che è un grand'uomo, ci mancherebbe, ma che sta pure iniziando a dimostrare crescente insofferenza per i tempi e i modi della politica "ordinaria" - attualmente congelati date le circostanze, ma che ogni tanto offrono qualche guizzo - che sarebbero invece imposti dalla necessità di governare una coalizione così eterogenea. In più dovrebbe rinunciare alle lusinghe quirinalizie, che chi vuole disinnescare tale progetto inizia a ventilargli. 
        
Insomma, il nuovo Ulivo di Letta parte in salita. E non è detto che se anche riuscisse nell'intento di metterlo su i suoi approdi sarebbero davvero auspicabili.  
 

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