Nihil sub sole novum
I ballottaggi per l'elezione dei sindaci delle grandi e meno grandi città ci consegnano una serie di indicazioni, che vado molto sinteticamente a condividere:
1) Il sistema sta tornando al bipolarismo: il serio ridimensionamento del Movimento 5 Stelle e la confluenza della sua ridotta istituzionale nell'area del centro-sinistra chiudono, in maniera anche abbastanza ingloriosa - viste le performance amministrative a Roma e a Torino, ma non solo - la stagione del terzo polo "alternativo alla destra e alla sinistra", che faceva tanto figo e che invece per fortuna ce lo stiamo levando di mezzo. Nemmeno il nuovo centro laico, sicuramente interessante per questa sua inedita connotazione lontana dalle confessioni centriste classiche, ha avuto risultati tali da fargli ottenere la massa critica necessaria alla creazione di un vero e proprio polo, anche se in prospettiva sposterà gli equilibri all'interno delle future, potenziali coalizioni politiche.
2) La destra sovranista risulta di molto ridimensionata: non solo, o meglio non tanto, a livello numerico, ma soprattutto in termini di peso relativo in uno schema ridivenuto sostanzialmente bipolare. In primo luogo perché anche con il 45% che più o meno continua ad avere in un confronto uno-contro-uno non è maggioranza. In secondo luogo perché una parte sempre maggiore di Forza Italia - che ha avuto buoni risultati - si sente stretta nel campo sovranista e inizia a pensare con sempre maggiore insistenza a un ruolo ben diverso per sé all'interno di uno schieramento di stampo europeista. Leggere le ultime dichiarazioni di Berlusconi sul green-pass per le istruzioni.
3) Corollario del ritorno al bipolarismo è che con una legge elettorale a doppio turno questo centro-destra, con o senza Forza Italia, non la tocca mai. E su questo dovrebbero iniziare a ragionare i riformatori della legge elettorale. Manco a dirsi, per capire chi è che ci vede davvero lungo e da sempre, il doppio turno ha due estimatori di vecchia data nel campo del centro-sinistra: D'Alema e Renzi. Se si mettono d'accordo, magari tirando dentro pure Forza Italia, per Salvini e Meloni queste amministrative potrebbero rappresentare davvero il de profundis. Il prezzo da pagare ad uno scenario del genere è presto fatto: per votare una riforma elettorale di questo tipo e partecipare ad una "coalizione Ursula", Forza Italia ha un solo ed unico prezzo: Berlusconi al Quirinale. Vengono i brividi solo a pensarlo - ma ve lo immaginate il Colle anche solo lontanamente adombrato dai fasti, magari solo evocati, del bunga-bunga? Ma tant'è.
4) Salvini e Meloni hanno sbagliato tutto. Il primo dal Papeete in poi non ne ha presa più una, Meloni che sembrava lanciatissima grazie all'opposizione solitaria al governo Draghi rischia di scivolare su certe tare ideologiche di cui, detto con sincerità, farebbe bene a liberarsi. Per il suo bene, per quello della destra italiana e per l'Italia stessa. Le ambiguità sul fascismo e la rincorsa al voto dell'ormai evidente, oggettiva minoranza di complottari di vario genere, andrebbero abbandonate. Per chi non lo avesse capito, anche in Italia c'è bisogno come il pane di una destra liberale di stampo europeo. Poi se volete lasciare in vita qualche partitello che liscia il pelo ai pazzi, fate pure; ce ne sono anche a sinistra, ma oltre a percentuali da prefisso telefonico e un po' di folklore non vanno.
5) C'è un dato che va però pesato con molta attenzione: l'astensionismo. Al di là delle letture sullo stato di salute del sistema "democrazia", riflessioni di più stretta veduta ci dicono che a votare non ci sono andati soprattutto gli elettori che negli ultimi anni avevano votato i partiti anti-sistema: i 5 Stelle in primis, ma anche tutta quella fascia di elettori arrabbiati che negli anni ante-Covid e post-Renzi votavano in massa il Capitano feroce coi barconi e le ONG. Quelli anti-sistema sono temi apparentemente sepolti sotto due anni di pandemia e il dato politico puro che emerge con chiarezza è che la gente per ora si fida di chi sta provando a far ripartire il motore. Ma sotto la cenere continuano a covare le braci del malcontento - per ora confinato nei recinti della follia no vax-no pass - che potrebbe riesplodere se la gestione di questa fase post-pandemica dovesse portare argomenti di malcontento facilmente scalabili. Quali? La riforma fiscale, la revisione del RDC e la canalizzazione dei benefici della ripresa verso i fattori della produzione - investimenti e salari - e non verso le solite rendite di posizione.
In sostanza, niente di nuovo sotto al sole.
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