Quello che davvero non va nelle affermazioni di Barbara Palombelli
Il dibattito sulle dichiarazioni di Palombelli relative alla necessità di comprendere lo stato d'animo degli uomini violenti ha ovviamente scoperchiato una cloaca da cui sta uscendo un po' di tutto e mi domando se questo sia davvero un bene per chi come me crede che quelle dichiarazioni siano profondamente sbagliate.
Forse, e ripeto forse, il Palombelli-pensiero andrebbe letto, nella sua versione progressivamente raffinata a seguito delle successive precisazioni, con minore foga e con un poco più di lucidità; non per giustificarlo o dargli la patente di pensiero condivisibile, ma quantomeno per capire quale sia il brodo di coltura all'interno del quale questo tipo di sintesi trovano luogo ideale di proliferazione e poi si muovano verso l'esterno.
Non c'è dubbio che quanto affermato da Palombelli vada respinto in toto e senza appello. Questo per dissipare qualsiasi dubbio sui miei punti di partenza. Ma trovo profondamente sbagliato, non solo per una questione di democraticità ma anche per mero opportunismo, crocifiggere senza appello opinioni distanti dalle proprie, a tacere dell'immancabile corollario della gogna mediatica che oggi è divenuta una pratica tanto automatica quanto schifosa.
Nella sostanza Palombelli afferma che è necessario domandarsi perché un uomo reagisca in maniera violenta all'affermazione di indipendenza della donna. Nella versione finale e corretta dà a questa necessità una veste diagnostica e forse centra infine il cuore della questione ammettendo, sebbene indirettamente, che il problema è comunque l'uomo - e mai la donna - e che questi debba essere trattato per quello che è, vale a dire un caso clinico, dunque bisognoso di cura in tutti i casi in cui si degeneri in violenza.
La realtà è che alzare il polverone su questo tipo di affermazioni senza concedere loro il diritto di essere discusse non fa altro che portare fieno in cascina di quella parte di società - ed è purtroppo ancora vasta - che questa battaglia, che è in primis culturale, nel migliore dei casi non la vuole combattere, quando non si trovi addirittura dall'altra parte della barricata. Basta leggere l'alzata di scudi della presunta intellighenzia machista in salsa italica per capire che negare il dibattito su questi temi significa dare le stimmate del perseguitato a chi non meriterebbe altro che essere preso a calci in culo.
E poi c'è da provare a salvare il bambino e a non buttarlo via con l'acqua sporca. Le violenze conclamate hanno come primo luogo di discussione un'aula di tribunale, ma se davvero vogliamo arrivare a far sì che certi episodi non avvengano più, mentre imperversano le battaglie culturali, è necessario non prosciugare l'acqua intorno a quelle realtà che si occupano di accogliere e curare gli uomini che hanno manifestato volontà o predisposizione alla violenza ma che ancora non hanno commesso alcun reato - e che dunque non possono essere destinatari di alcun tipo di azione penale - che rappresentano il bacino potenziale di futuri femminicidi.
Sono maschio, ultraquarantenne, cresciuto in un ambiente progressista ma comunque imbevuto di quella cultura patriarcale che ha come sottoprodotto delle sue pratiche quotidiane la violenza - aperta o strisciante, verbale, fisica o anche solo implicita - verso il genere femminile. E so bene che oggi lo stato di soggezione in cui versano ancora le donne, dovuto ad un evidente, perdurante squilibrio di forze a favore di noi uomini - in termini non solo fisici, ma anche materiali e di supporto che il giudizio sociale ancora ci fornisce - giustifica le politiche di affermative action, e tutto il retroterra culturale che questo porta con sé, in tutti i campi in cui si combatte questa battaglia di civiltà.
Ma occorre evitare che tutto ciò abbia tre tipi di conseguenze: la prima, di far tracimare l'inevitabile e giusta forzatura delle politiche di "azione positiva" in inaccettabili degenerazioni. La seconda, di continuare a fornire in tal modo degli alibi a chi questo tipo di affermazione - quella della donna - non vuole proprio accettarla (o lo fa solo per convenienza). La terza, non accorgersi che c'è chi a questo male prova a dare una cura sintomatologica prima che quella eziologica sia efficace.
Prendiamoci tutto, ma accettiamo il dibattito, anche quello scomodo. E' giusto, ma soprattutto è utile.

Quasi del tutto d'accordo Giorgio, però vorrei farti una domanda che ho in testa da quando si è alzato il polverone Palombelli...
RispondiEliminaMa davvero questa questione può e deve essere affrontata come 60/70 anni fa?? Mi spiego meglio... Questo assunto che ci sia la figura di un uomo padrone, che si impone, a prescindere è davvero ancora valida? Rendiamoci conto di come si viveva negli anni 50/60. "Bastava uno sguardo" mi sento tanto ripetere dai più anziani. E le donne? Prevalentemente (diciamo il 97/98%??) A badare alla casa. Ora questi assunti sono ancora veri e assoluti? Forse no, anzi secondo me no... Si hanno molti più mezzi per comunicare, parlarne, denunciare violenze e soprusi. Non esiste più neanche la figura "forte" solo al maschile, naturalmente non fraintendere come hanno fatto con la Palombelli ma su i social vedo molti più selfie narcisi al femminile piuttosto che aitanti ominidi strafottenti(no non è un dato statistico, certo! Ma una tendenza, che potrebbe essere smentita ma la vedo difficile) C'è da lavorare ancora? Certo, senza dubbio. E sono più che d'accordo sul tuo approccio alla prevenzione piuttosto che la mera repressione quando è troppo tardi. Ma l'approccio non può essere lo stesso, lo dici anche tu d'altronde... Un conto le tue reminiscenze e un conto quello che è oggi nelle nostre famiglie. E allora se il contesto è cambiato perché non cambiare anche approccio?? Scardinando ancora una volta, come hanno fatto prima di noi i veri rivoluzionari, i pregiudizi?
Ciao Matteo e innanzitutto grazie per il tuo commento.
RispondiEliminaMi trovo d'accordo con te, la situazione generale è molto cambiata, non solo rispetto a cinquanta anni fa, ma anche solo a venti. Non starò qui a fare l'elenco dei progressi, che sono evidenti in tutti i campi. E però converrai con me almeno su due aspetti:
1) C'è un dato di fatto: la cronaca è piena di notizie relative a violenze di genere. Sono anche abbastanza scafato da sapere che il sistema dell'informazione "spinge" le notizie che a vario titolo più lo interessano, ma è acclarato che gli uomini - non tutti, sia chiaro - non accettano ancora l'indipendenza delle donne.
2) Fuori dal contesto familiare, per tante ragioni abbiamo ancora difficoltà a sperimentare una parità reale , nonostante tutti gli evidenti miglioramenti. E questo è dovuto al fatto che c'è chi crede che le differenze biologiche, pur esistenti, vadano stemperate tramite le politiche attive (io mi iscrivo a questo partito) e chi invece sostiene che in fondo la donna abbia un destino naturale ineludibile e che dunque non siano necessari o prioritari gli investimenti in asili nido, congedi parentali obbligatori, tutela del posto di lavoro femminile, quote rosa nei cda e in generale "ai piani alti", flessibilità negli orari di lavoro, etc. etc.
Infine una puntualizzazione. Vero, gli approcci vanno aggiornati ai tempi che viviamo, ma fai attenzione a quanto ho appena scritto sopra e anche nel post: io sono tra quelli che credono nella necessità di investire tramite politiche attive - di discriminazione positiva o affermative action - perché ritengo che si debbano abbattere delle barriere culturali. Nel mentre, fin quando tale cambiamento non si realizza appieno (e io sono tra quelli che debbono migliorare il loro modo di essere, non mi escludo dalla critica, sia chiaro) ben vengano gli interventi sul fenomeno, più che sulle sue ragioni.
Un saluto.
Ci troviamo in sintonia... Ribadisco che forse,oggi più di ieri, un pochino gli uomini sono cambiati e forse anche le donne. Non sto dicendo che il problema non esiste più o che si può risolvere con poco. Sto solo dicendo che l'orizzonte è più ampio e forse è ora di tenerne conto.
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